Capaci 34 anni dopo: la battaglia di Falcone continua nei luoghi di lavoro
di Claudio Garau
Il nostro è un Paese fatto di ricorrenze e appuntamenti fissi sul calendario: alcuni belli, altri molto meno. I primi giorni di maggio riportano alla memoria la strage di Capaci, in cui il nome di Giovanni Falcone continua a evocare non solo la lotta alla mafia, ma una domanda attuale: quanto spazio esiste oggi, nel lavoro quotidiano, per legalità, dignità e giustizia sociale?
Le commemorazioni di Palermo e del resto d’Italia - tra cortei, polemiche e iniziative nelle periferie come lo Zen - non sono solo un rito civile, ma l’occasione per misurare la distanza ancora ampia tra memoria e realtà, tra ciò che si celebra e ciò che si pratica ogni giorno. Non retorica, né esercizio di stile. Sono giornate che ribadiscono che il contrasto alla criminalità organizzata non può restare confinato alla memoria o alle celebrazioni istituzionali. Falcone parlava di metodo e responsabilità, un insegnamento che va oltre il mondo giudiziario e investe lavoro, regole e assetti della vita economica e sociale.
Negli interventi pubblici della Giornata della Legalità emerge un filo rosso chiaro: le mafie prosperano dove lo Stato arretra, dove il lavoro è precario o manca, e dove i diritti - pur garantiti da leggi e Ccnl - si svuotano nella pratica quotidiana.
Non è un caso che, già anni fa, l’allora segretaria della Cisl Annamaria Furlan abbia collegato il fenomeno mafioso a disoccupazione, abbandono scolastico e disuguaglianze crescenti. Non è uno schema da liquidare con superficialità o fastidio, ma un campanello d’allarme che continua a suonare con forza, oggi ancora più attuale e difficile da ignorare.
Le organizzazioni criminali non si infiltrano solo negli appalti o nei grandi traffici illeciti: entrano nel mercato del lavoro, sfruttano il lavoro nero e controllano segmenti di logistica, edilizia, agricoltura e ristorazione, approfittando di fragilità normative e sociali. Ogni volta che un lavoratore accetta turni senza contratto, una donna rinuncia alla maternità sotto pressione, o un giovane viene pagato con finte collaborazioni e partite IVA fittizie, si alimenta il terreno dell’illegalità diffusa.



