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Economia

Call center e chatbot: resistenza umana o adattamento forzato?

di Gabriele Silva

ago 06, 2025
∙ A pagamento

“Buongiorno, sono la tua assistente virtuale. Come posso aiutarti oggi?”

Questa frase, fino a pochi anni fa percepita come una novità, è oggi diventata ordinaria. Nei call center di banche, assicurazioni, utility, pubbliche amministrazioni e persino sanità privata, la prima voce che ascoltiamo non è più umana. È una sintesi artificiale, istruita per capire, rispondere, smistare.

Il punto, però, non è solo chi risponde. È come questo cambia il lavoro di chi, dietro le quinte, ancora risponde in carne e ossa.

Gli operatori umani sono sempre più confinati a:

  • gestire i casi più complessi

  • intervenire quando l’AI fallisce

  • velocizzare la chiusura delle chiamate

L’intelligenza artificiale non sta solo affiancando il lavoro relazionale. Sta ridefinendo tempi, metriche, modalità.

E spesso, lo fa con una logica che premia l’efficienza, non la comprensione.

Contesto tecnologico e normativo

Le tecnologie oggi impiegate nei call center vanno ben oltre il semplice IVR (risposta vocale interattiva).
Si parla ormai di:

  • chatbot e voicebot evoluti, alimentati da modelli di AI generativa (GPT, Claude, Gemini)

  • speech analytics, che analizzano tono, parole chiave, pause e “sentiment” della voce umana

  • sistemi di scoring automatici che valutano le performance dell’operatore in tempo reale

  • algoritmi predittivi che suggeriscono risposte o azioni durante la chiamata

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