La legge di Bilancio 2026 introduce due nuove agevolazioni per le assunzioni. O, per essere più precisi, introduce due nuove promesse di agevolazione, perché la piena operatività resta subordinata ai consueti decreti attuativi e alle istruzioni INPS che, come sempre, arriveranno “a breve”. Quando, esattamente, lo scopriremo strada facendo.
La prima misura riguarda l’esonero contributivo totale per i datori di lavoro che assumono donne madri di almeno tre figli minorenni, prive di lavoro regolarmente retribuito da almeno sei mesi. L’agevolazione può arrivare fino a ventiquattro mesi, entro il limite di 8.000 euro annui, se l’assunzione è a tempo indeterminato; si riduce a dodici mesi in caso di contratto a termine e a diciotto mesi se il tempo determinato viene trasformato. Restano esclusi apprendistato e lavoro domestico, e naturalmente l’esonero non è cumulabile con altre agevolazioni. Il tutto subordinato alla regolarità contributiva, al rispetto delle norme fondamentali in materia di lavoro e all’applicazione dei contratti collettivi comparativamente più rappresentativi.
La seconda misura prevede un esonero parziale per le assunzioni a tempo indeterminato nelle zone ZES, valido per il solo 2026 e per un massimo di ventiquattro mesi. L’entità concreta dell’incentivo sarà però definita con un decreto ministeriale non ancora emanato. Nel frattempo, possiamo limitarci alla lettura della norma primaria, sapendo che la vera disciplina nascerà, come di consueto, dall’incrocio tra decreto attuativo, circolare INPS e prassi amministrativa.
Fin qui la cronaca.
Il punto, tuttavia, non è tanto la bontà delle singole misure, quanto la loro collocazione all’interno di un sistema che negli anni si è trasformato in una stratificazione normativa quasi geologica. Ogni legge di Bilancio aggiunge un nuovo incentivo. Raramente elimina i precedenti. Si accumulano così esoneri per giovani, per over cinquanta, per donne svantaggiate, per territori specifici, per periodi temporali circoscritti, per categorie definite con crescente minuzia. Ogni misura ha la propria platea, le proprie condizioni soggettive, i propri limiti dimensionali, i propri tetti di spesa, le proprie clausole di non cumulabilità, le proprie regole di decadenza.
Il risultato è che l’assunzione non è più soltanto una decisione imprenditoriale. È diventata un’operazione interpretativa.
Prima di firmare un contratto, l’impresa non si chiede solo se quella persona sia adatta al ruolo. Deve chiedersi se rientra nella categoria corretta, se possiede tutti i requisiti formali richiesti, se la tipologia contrattuale è compatibile con l’agevolazione, se il decreto attuativo è stato pubblicato, se la circolare INPS ha chiarito i dubbi applicativi, se l’agevolazione è cumulabile o meno con altre già in corso. E soprattutto deve domandarsi se, una volta avviata la fruizione, non emergerà un’interpretazione diversa capace di trasformare il beneficio in restituzione, con tanto di sanzioni e interessi.
Si parla di “agevolazioni”, ma spesso si tratta di incentivi che richiedono un livello di attenzione tecnica tale da scoraggiare proprio chi dovrebbero aiutare. Le imprese non chiedono cinquanta micro-misure calibrate su sottocategorie sempre più dettagliate. Chiedono stabilità e prevedibilità. I consulenti del lavoro non chiedono nuovi codici di conguaglio ogni anno. Chiedono un sistema coerente, che non costringa a rincorrere continuamente circolari e aggiornamenti procedurali. I lavoratori, nel frattempo, difficilmente hanno percezione del fatto che la loro assunzione può dipendere da un incastro normativo tanto complesso quanto fragile.
La domanda, allora, è inevitabile. È davvero questo il modo più efficace per sostenere l’occupazione? È necessario costruire ogni anno una nuova categoria “meritevole” di esonero, oppure il problema sta più a monte? Se il costo ordinario del lavoro è talmente elevato da rendere indispensabili continue deroghe e incentivi speciali, forse il sistema ordinario meriterebbe una revisione strutturale. Perché un mercato del lavoro che funziona solo a colpi di eccezioni non è un mercato stabile: è un equilibrio precario mantenuto da continue correzioni.
Gli incentivi 2026 diventeranno operativi, i decreti saranno emanati e le circolari pubblicate. Come sempre, gli operatori li studieranno, li applicheranno e cercheranno di evitare errori. Ma resta una sensazione di fondo: stiamo governando l’occupazione attraverso un mosaico sempre più complesso di norme speciali, invece di intervenire sull’architettura generale del sistema.
E forse la vera riforma non è inventare l’ennesimo esonero, ma rendere ordinario ciò che oggi è straordinario. Perché assumere dovrebbe essere un atto economico lineare, non un esercizio di archeologia normativa.


