“Associazione” - LE PAROLE DI BLAST/2
di Cristina Marchesan
“Era un’emozione indescrivibile vedere le sue piccole, agili dita correre e saltare, delicate ma insieme forti, tra i chiaroscuri di armonie senza tempo, dove i colori entravano nell’anima sospinti dalla pressione esercitata su quella tastiera.
Un potere naturale che partiva dalle manine di mia figlia, ancora bambina, ingenuo e inconsapevole strumento della musica, al pari del suo pianoforte, che ne facevano vibrare le note nell’aria in un magico fluire, di suoni e sensazioni, la cui purezza arrivava dritta al cuore.”
Derivata dal verbo associare, dal latino tardo; la parola odierna, nell’accezione più comune del termine fa venire in mente l’unione, l’aggregazione di un gruppo di persone che ha come obiettivo il perseguire un determinato scopo.
La partecipazione è quindi uno dei requisiti essenziali per portare a buon fine il progetto degli associati. Sapere che “l’unione fa la forza” darebbe perciò la carica necessaria per affrontare insieme le difficoltà e trovare le soluzioni migliori con il generale aiuto reciproco.
Da molti anni, le associazioni artistiche e culturali, ma anche quelle sportive o addirittura quelle di supporto alle attività ricreative, rappresentano l’anello mancante, da parte ad esempio di scuole e comuni, offerto a ragazzi e adulti - esercitando ciò che delinea la vera inclusione - coinvolgendoli in percorsi ricchi di progetti. Tutto questo sicuramente con l’ulteriore e determinante aiuto dei volontari che da sempre si prodigano soprattutto per formare i più giovani, creando loro opportunità alternative alla strada ed a dipendenze nocive - compresa quella dallo smartphone - e che ne favoriscano un sano sviluppo del carattere e delle capacità di relazionarsi all’interno della società. Associazioni vive, dunque, grazie agli sforzi di questi volontari, spesso di grande levatura culturale e professionale. Parliamo di persone disponibili che donano generosamente il loro tempo dopo il lavoro, ma anche di ballerini, musicisti e docenti - ancora in attività o in pensione - o, come nel settore sportivo, di atleti a fine carriera che si prestano a dispensare conoscenza e metodo per una corretta formazione, fisica e psicologica, non necessariamente finalizzata all’agonismo.
Non è certamente obbligatorio, infatti, dover intraprendere per forza una professione all’interno di tutte queste discipline, ma resta il fatto che esse stesse, se esercitate con impegno e costanza, oltre che con il dovuto divertimento, possano creare un bagaglio individuale di risorse, dove sarà sempre possibile attingere per il resto della vita, a prescindere dal lavoro svolto.
Perché, allora, il lungo preambolo?
Vivendo nel monfalconese, in provincia di Gorizia, porterei ad esempio l’Istituto di Musica Antonio Vivaldi che peraltro collabora da più di un decennio con il Liceo Statale Buonarroti di Monfalcone, permettendo ai suoi studenti di usufruire di un progetto musicale extrascolastico. Presente sul territorio dal 1966, è una rinomata scuola storica in cui il grande impegno e lavoro ultraventennale della direttrice Gigliola Maturo, brillante musicista e insegnante di grande valore, ne fanno un fiore all’occhiello della comunità.
Il costante operato di questa associazione, sia attraverso l’ausilio di docenti qualificati che nella coordinazione delle attività culturali e degli spettacoli allestiti in eventi esterni o direttamente all’interno della sala dell’edificio, creano le occasioni ideali per un connubio tra la musica e le altre arti.
Eppure, dopo tanti anni, uno spazio così prestigioso sembrerebbe destinato a chiudere per insufficienza di fondi, tali da poter affrontare le spese correnti, senza dover arrivare ogni fine mese con l’acqua alla gola.
La settimana scorsa, abbiamo parlato dell’abbandono anche quando ad esserne responsabile è proprio lo Stato; e, in ambito associativo, toccando con mano lo scarso interesse della politica e delle istituzioni nel mantenere in essere realtà come questa, il collegamento alla parola non si fa attendere.
Amareggia il pensiero che si possa procedere in questa direzione senza individuare alternative valide ed una concreta via d’uscita.
Ma poiché lo Stato è soltanto lo specchio dell’umanità che lo popola, lo stesso gusto amaro si ripropone quando, dopo essersi dedicati anima e corpo a far fiorire e a mantenere in vita un importante ramo della nostra cultura, ci si volta indietro senza trovare un ricambio generazionale disposto a dare un contributo, anche minimo, innaffiando a sua volta il terreno su cui la pianta aveva messo radici profonde.


