ARTICOLO 2 DELLA COSTITUZIONE: QUANDO LA REPUBBLICA TROVÒ IL TETTO - Dialogo (immaginario) tra Aldo Moro e Giuseppe Dossetti sull’articolo 2 della Costituzione
di Stefano Ricca
Roma, autunno 1946. Piove su Montecitorio, quella pioggia fine e insistente che bagna l’asfalto e fa luccicare i sampietrini. Le pozzanghere si allargano davanti ai portoni, l’acqua scorre lungo i marciapiedi verso le caditoie intasate di foglie.
Aldo Moro attraversa piazza del Parlamento di corsa, senza ombrello, con la cartella piena di appunti sulla testa. Schiva una pozzanghera, ne centra un’altra. L’acqua gli entra nelle scarpe.
Dall’ingresso del palazzo esce Giuseppe Dossetti. Impeccabile come sempre, cappotto scuro, ombrello nero aperto con gesto preciso.
“Onorevole Dossetti!” grida Moro, accelerando gli ultimi metri. Si infila sotto l’ombrello accanto a lui, ansimando.
“Moro,” dice Dossetti con un mezzo sorriso. “Senza ombrello di nuovo?”
“Avevo la testa altrove. Stavo rivedendo la formulazione dell’articolo 2.”
“Quello sui diritti inviolabili.”
“Appunto. Volevo parlarne con lei.”
Un fulmine illumina il cielo sopra il Cupolone. Dopo qualche secondo arriva il tuono, sordo, che rotola tra i palazzi. La pioggia si fa più fitta.
Si fermano lì, in mezzo alla piazza, sotto l’ombrello di Dossetti. Intorno a loro Roma si ripara: portoni che si chiudono, saracinesche che scendono, qualche bicicletta che passa veloce schizzando acqua dai raggi.
Moro si sistema il bavero del cappotto, recupera il fiato. Si guarda intorno.
“Vede, onorevole,” dice indicando l’ombrello, “lei è uscito questa mattina con l’ombrello per difendersi dalla pioggia. L’ombrello la protegge come singolo. È suo, lo porta lei, lo apre quando vuole. Va dove vuole. È la sua libertà individuale. Il suo diritto come singolo.”
Dossetti lo guarda senza dire nulla. Conosce Moro. Sa che sta costruendo un ragionamento. L’acqua scroscia sul tessuto teso dell’ombrello.
“Ma vede,” continua Moro indicando il Parlamento davanti a loro, le colonne bagnate, la facciata scura di pioggia, “quando entriamo là dentro, l’ombrello non basta più. Serve un tetto. Un tetto vero, solido, dove stare con altri. Dove la sua personalità non è più solo lei con il suo ombrello sotto la pioggia, ma lei insieme ad altri, sotto lo stesso tetto. La famiglia, il sindacato, l’associazione, la parrocchia. Luoghi dove non è né solo individuo né solo ingranaggio dello Stato.”
Un tram passa cigolando sulla rotaia bagnata, verso piazza Venezia. Il conducente suona la campanella.
“Quindi nell’articolo 2 vuole mettere insieme ombrelli e tetti.”
“Esattamente. ‘La Repubblica riconosce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo’ – l’ombrello – ‘sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità’ – il tetto.”
Dossetti annuisce lentamente. Guarda una goccia d’acqua che scende dal bordo dell’ombrello, cade su un sampietrino, si perde in una pozzanghera. Poi sorride.
“Moro, le sue idee sono ottime. Condivido tutto. Ma si guardi.”
“Cosa?”
“Lei si è bagnato. Io no.”
Moro si guarda. Il cappotto fradicio, i pantaloni che gli si appiccicano alle gambe, le scarpe piene d’acqua.
“Non basta parlare di ombrelli e tetti, Moro. Bisogna che gli ombrelli ci siano davvero. Che i tetti siano costruiti davvero. Che la gente possa uscire con l’ombrello quando piove. Altrimenti sono solo belle parole mentre la gente si bagna.”
Un altro fulmine, più vicino. Il tuono arriva quasi subito. La pioggia picchia più forte.
Moro lo guarda. “Ha ragione, Dossetti. Per questo nella seconda parte dell’articolo dobbiamo scrivere qualcosa di più concreto.”
“I doveri.”
“Esattamente. ‘La Repubblica richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.’”
“Bene. Finalmente qualcosa di concreto.”
“Se vuoi l’ombrello, qualcuno deve fabbricarlo. Se vuoi il tetto, qualcuno deve costruirlo. E tu stesso devi contribuire. Paghi le tasse per le scuole, gli ospedali. Aiuti chi non ha l’ombrello. Partecipi alla costruzione del tetto comune.”
Dossetti guarda la pioggia che cade sulla piazza vuota, sull’Italia che deve ricostruirsi dalle macerie. “Diritti e doveri. Un circolo reciproco.”
“Ma c’è un’altra cosa,” continua Dossetti. “Lei dice ‘formazioni sociali ove si svolge la sua personalità’. Gli uomini devono essere liberi di formare questi aggregati. Di scegliere con chi costruire il tetto. Ma una volta che hai scelto di stare sotto quel tetto, hai anche il dovere di costruirlo. I doveri servono proprio a garantire che il tetto ci sia davvero. Che tutti possano starci sotto.”
Moro annuisce. “E costruendolo, capisci il suo valore. La libertà conquistata con fatica è diversa da quella ricevuta già pronta.”
“Come la Resistenza,” dice Dossetti guardando verso l’Appennino, oltre i tetti di Roma. “Chi l’ha fatta capisce il valore della libertà. Chi non c’era, no.”
La pioggia rallenta. Uno squarcio di luce tra le nuvole, verso il Gianicolo.
“E gli ombrelli?” chiede Dossetti mentre salgono gli scalini. “Chi li fabbrica, Moro? Chi costruisce i tetti?”
“Gli uomini. Gli operai. I cittadini. Insieme.”
“Esattamente. Per questo servono i doveri. Perché niente nasce dal nulla. Tutto costa solidarietà. E solo chi costruisce capisce il valore di quello che ha costruito.”
Entrano nel Parlamento. Si scrollano l’acqua di dosso. Fuori la pioggia continua a cadere su Roma.
Quel giorno dell’autunno 1946, sotto la pioggia, due uomini discutevano di come proteggere l’uomo. Moro veniva dal personalismo cristiano, da una fede che vedeva la persona realizzarsi attraverso le relazioni. Dossetti veniva dalla Resistenza sull’Appennino Reggiano, da una fede vissuta nel concreto.
Moro scrisse l’articolo 2 con gli apporti di Dossetti e La Pira. Il testo che discussero in Prima Sottocommissione l’11 settembre 1946 diceva: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
Stavano costruendo una doppia protezione della persona. La persona universale, titolare di diritti solo perché uomo. E la persona concreta: il lavoratore, l’imprenditore, il consumatore, quello che costruisce rapporti nelle formazioni sociali.
Settantotto anni dopo, un ragazzo esce di casa senza ombrello. Ha lo smartphone in tasca. Apre TikTok, l’algoritmo gli dice cosa guardare. Apre Instagram, l’algoritmo gli dice con chi parlare. Chiede a ChatGPT di scrivergli una mail e non sa più se il pensiero è suo o della macchina.
Non costruisce tetti. Li trova già fatti, già ottimizzati, già algoritmici. Costruiti in California da qualcuno che non conosce. Non sceglie con chi stare. L’algoritmo sceglie per lui. Non partecipa. Consuma.
La personalità si svolge ancora? O si avvolge, si standardizza, si replica?
E c’è anche un problema più profondo. Che probabilmente Dossetti già sapeva. Chi aveva fatto la Resistenza capiva il valore della libertà. Chi l’aveva ricevuta già pronta, no.
Forse bisogna ripartire dall’uomo. Quello concreto del 2025. Quello che ha l’ombrello ma non sa chi l’ha fabbricato. Quello che sta sotto il tetto ma non ha mai contribuito a costruirlo. Quello che ha diritti conquistati da altri settant’anni fa e pensa che siano gratis.
Cosa significa avere diritti senza doveri? Cosa significa stare sotto un tetto che non hai costruito? Cosa diventa la personalità quando si svolge in formazioni sociali algoritmiche che non hai scelto, non hai costruito, non capisci?
Fuori continua a piovere. Ma le formazioni sociali dove si svolge la personalità chi le costruisce? Noi o gli algoritmi? E se le costruiscono gli algoritmi, noi cosa diventiamo?

