Anatomia della frammentazione imprenditoriale (favorita anche dal forfait fiscale)
di Diego Zonta
L’analisi della demografia d’impresa italiana nell’ultimo quinquennio evidenzia una traiettoria di sviluppo che, sebbene presentata mediaticamente come un segnale di dinamismo e resilienza, cela una criticità strutturale: la progressiva “atomizzazione” del sistema produttivo. I dati del 2025 e le proiezioni per il 2026 confermano che il tessuto economico nazionale sta deliberatamente scegliendo il “nanismo” come modello di sussistenza, incentivato da un quadro normativo e fiscale che premia la stasi dimensionale a discapito della scalabilità.
Il sintomo più evidente di questa patologia dimensionale emerge dai dati sulla produttività. Secondo l’ultimo rapporto di Italia Generativa, il fatturato netto per addetto in Italia si ferma a 355 mila euro, segnando un distacco netto rispetto ai principali competitor europei: la Francia viaggia a 388 mila euro e la Germania svetta a 390 mila euro. Questo scarto di circa 35-40 mila euro per lavoratore non è una fluttuazione statistica, ma la diretta conseguenza della scala operativa. Lo stesso rapporto è addirittura più impietoso prendendo in esame il Valore Aggiunto per addetto, con l’Italia ferma a 83 mila euro mentre Francia e Germania si attestano sui 95 mila (+15 per cento). Un abisso. Questo “delta” è funzione dell’investimento tecnologico, dell’efficienza dei processi e della capacità di negoziazione sui mercati globali: tutte variabili che richiedono massa critica. Un sistema polverizzato in micro-entità non possiede la forza cinetica necessaria per colmare questo gap tecnologico e gestionale.
Il consolidamento della micro-dimensione



