Almeno il vecchio Tuir non fingeva di essere semplice
di Nereo Seppia
Alle due e diciassette il condominio di via Amendola smise di essere un luogo civile.
Prima fu un rumore secco, come di pagine sbattute. Poi una voce, netta, quasi educata: “Non puoi cambiare così. Non puoi davvero.”
Era il dottor Romano, interno 7. Commercialista. Giorno impeccabile, notte discutibile.
All’inizio nessuno ci fece caso. Un colpo di tosse giuridico, pensarono. Poi arrivò la seconda frase, più alta: “Questo non è coordinamento normativo, è jazz scritto male!”.
La signora del piano di sopra accese la luce. Il ragazzo dell’attico si tolse le cuffie. Il portiere, che non dormiva mai ma fingeva, smise di fingere. I condòmini gli citofonarono, poi si organizzarono sul pianerottolo, implorando di dormire, mentre il dottor Romano li guardava silente dall’occhio magico della porta… deformati come i testi unici avevano sfigurato i più sicuri sentieri fiscali precedenti.
Dalla finestra dello studio, una luce obliqua illuminava un tavolo coperto di codici. Il nuovo Testo Unico aperto come una ferita recente. Il TUIR vecchio, quello con le orecchie piegate, lì accanto, come un amico rimasto indietro.
“Articolo su articolo… ma vi ascoltate quando vi scrivono?” urlò Romano.
Silenzio. Poi un altro grido, più stanco: “Non puoi rimandare sempre a un altro comma. Non è una relazione, è un inseguimento”.
Fu a quel punto che il condominio decise di reagire. Alle due e trentadue, in pigiama, abbandonarono il pianerottolo, che nel frattempo era diventato più affollato degli adempimenti tributari di giugno, e si ritrovarono tutti giù, in cortile, sotto la finestra del commercialista. Il ragazzo dell’attico portò un megafono. Non si sa perché lo avesse, ma in certe notti gli oggetti pare trovino un senso che di giorno invece non hanno.



