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“Algoritmo controllo - Imitation of consciousness”- Episodio 29

di Tommaso Landi

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mar 14, 2026
∙ A pagamento

La lunga strada verso casa

Deserto di Agafay, 20 settembre - Ore 15:47.

La sabbia si posò lentamente.

Dellandito e Galante correvano ancora quando il primo allarme lacerò l’aria secca del deserto; era un suono modulato e pulsante, progettato per penetrare nelle ossa e spezzare la concentrazione.

«Più veloce!» urlò Galante, anche se stavano già chiedendo ai loro corpi più del consentito. Il dispositivo con i dati rubati, appeso al collo, gli batteva contro il petto.

Ogni impatto gli ricordava ciò che stavano portando via: le prove che avrebbero potuto abbattere un impero.

Raggiunsero la jeep dove Anna li aspettava con il motore già acceso. Non attese che salissero prima di ingranare la marcia. Le ruote scavarono nella sabbia, il veicolo sbandò, poi schizzò via lasciando dietro di sé una nuvola ocra.

«Ha funzionato?» chiese Anna, gli occhi fissi sulla pista sterrata davanti a loro.

«Sì,» ansimò Dellandito dal sedile posteriore. Poi si voltò. Il vault era già lontano, ma poteva vedere il fermento di attività: figure in uniforme nera che si muovevano come formiche impazzite, veicoli che abbandonavano in tutta fretta gli hangar.

«Quanto tempo abbiamo?».

Galante guardò l’orologio, calcolando: «Il protocollo di sicurezza prevede prima una verifica interna. Dovranno capire se è un malfunzionamento o un attacco reale. Diciamo ... cinque minuti. Forse dieci se siamo fortunati.»

«E dopo?»

«Dopo sapranno esattamente cosa è stato compromesso. Capiranno che eravamo lì e verranno a prenderci con tutto quello che hanno.»

Anna premette l’acceleratore. La jeep gemette ma accelerò, sobbalzando su ogni pietra e avvallamento. Dellandito si aggrappò al sedile davanti, sentendo ogni vertebra della schiena protestare contro il trattamento brutale.

«Torniamo a Marrakech,» disse Galante, consultando una mappa cartacea sgualcita.

«Non abbiamo quattro ore di autonomia,» disse Anna.

«Lo so.»

Il silenzio che seguì fu rotto solo dal rombo del motore e dallo sferzare della sabbia contro la carrozzeria. Dellandito guardava l’orizzonte oscillare veloce mentre Anna manovrava la Jeep attraverso il deserto. Il sole del pomeriggio era implacabile. L’abitacolo era un forno.

Fu Galante a vederli per primo.

«Eccoli,» sussurrò, gli occhi sullo specchietto laterale.

Dellandito non si voltò. Dietro di loro, ancora distante ma inequivocabile, una nuvola di polvere si alzava.

«Quanti?» chiese Anna.

«Almeno tre veicoli. Forse quattro.» Galante si morse il labbro. «E vanno molto più veloce di noi.»

Ore 16:15.

La prima pallottola colpì il deserto venti metri alla loro destra, sollevando una fontana di silice.

Dellandito si abbassò d’istinto. «Ci stanno sparando!»

Anna sterzò di scatto, mandando la jeep in una sbandata controllata che li portò dietro una duna. Per un momento furono fuori dalla linea di tiro, ma era solo una questione di secondi.

Galante si era voltato sul sedile, scrutando i loro inseguitori. Ora poteva vederli: tre Toyota Land Cruiser neri, modificati per il deserto, con uomini armati sui cassoni. Professionisti. Le guardie private di Helios.

«Non rallentano,» disse. «È una caccia.»

Un’altra raffica di colpi. Questa volta più vicina. Dellandito sentì un sibilo metallico. Uno degli specchietti laterali esplose in una pioggia di vetri.

Anna non rallentò. Purtroppo non poteva neppure andare più veloce anche spingendo la vecchia jeep oltre ogni ragionevole limite. Il veicolo protestava con tutte le fibre del suo essere: il motore ragliava, le sospensioni gemevano, qualcosa sotto il cofano produceva uno stridio sinistro.

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