Algoritmi nei concorsi: quando la forma digitale tradisce la sostanza e la riserva di umanità
di Claudio Garau
C’è un passaggio chiave, nella sentenza Tar Lazio n. 1895/2026, che merita di essere isolato e meditato. Non è legittima una decisione amministrativa, che ignora un requisito effettivamente dichiarato dal candidato, soltanto perché inserito nel “campo sbagliato” di un modulo digitale.
Sembra una banalità, ma segna in realtà una frattura netta con una certa deriva tecnocratica che, se non contenuta, rischia di ridurre il procedimento amministrativo a una sequenza di adempimenti formali, anziché a un esercizio del potere pubblico orientato alla sostanza. È giusto parlare di formalismo algoritmico come nuova patologia amministrativa?
Ebbene, in proposito, il caso recentemente trattato dal Tar Lazio è emblematico. Un docente aveva dichiarato correttamente le annualità di servizio, ottenendo il relativo punteggio in graduatoria, ma senza beneficiare della riserva dei posti del 30 per cento. Il motivo? Al momento della compilazione del form online, non aveva selezionato l’apposita opzione. Si era sbagliato - un semplice quanto comune errore di digitazione - ma l’algoritmo, utilizzato dalla commissione del concorso, non ha separato “verità sostanziale” da “errore formale” (e sanabile).
In breve, l’intelligenza artificiale “ha visto” il dato per attribuire punteggio, ma “non l’ha visto” per riconoscere la riserva. Un chiaro vizio del procedimento, “travestito” da neutralità informatica. E, proprio qui, si innesta il punto centrale della citata pronuncia: la PA non può nascondersi dietro la rigidità del software. L’automazione non è, e non può mai essere, uno “scudo” di irresponsabilità.
Il principio di auto-responsabilità del candidato, spesso evocato per giustificare esclusioni e penalizzazioni, non può essere spinto fino al punto di legittimare un formalismo cieco. Soprattutto quando la stessa PA ha già usato quel dato per altri fini. In breve: se il sistema “capisce” per attribuire punti, deve “capire” anche per riconoscere diritti. Semplice buon senso, prima che diritto.



