7 GIORNI (IR)REGOLARI - Un mondiale senza Italia, un anno senza scuse
di Stefano Ricca
Faceva caldo. Probabilmente come fa caldo adesso. Ma adesso lo sopportiamo meno. Le cicale facevano da sottofondo alle sere. E le finestre aperte facevano uscire un solo suono dalle tv: la voce di Bruno Pizzul. Oggi il caldo lo sopportiamo meno. Le finestre sono chiuse e i climatizzatori accesi. L’Italia neanche si è qualificata e sabato scorso, fuori da casa mia, parecchie macchine suonavano il clacson per la vittoria del Marocco.
Io non ho più dieci anni, ma se penso a quel 1990 ricordo alcune cose.
Ricordo che l’Italia giocava e sembrava non potesse perdere mai. Ricordo Schillaci, gli occhi sbarrati dopo ogni gol, come se il primo a non crederci fosse lui. Ricordo un pallone che sembrava girare sempre dalla nostra parte.
E ricordo il Camerun.
Non so dire perché, ma mi è sempre rimasto impresso. Forse erano i colori. Forse era Milla, quarantenne, che segnava e ballava al calcio d’angolo come se il campo fosse suo da sempre. Forse era il fatto che nessuno se lo aspettava, e vincere senza che nessuno se lo aspetti è una cosa che a dieci anni capisci meglio di tante altre.



