7 GIORNI IR(REGOLARI) - Referendum di primavera e altro
di Stefano Ricca
“Non si vota sulla Meloni, si vota sulla giustizia.” Lo ha detto la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Da Fedez. Nel Pulp Podcast, tra uno stacco musicale e una pubblicità, la premier spiega che i cittadini devono valutare nel merito una riforma di estrema importanza. Il merito. Da Fedez.
Dall’altra parte gli attori che votano no. Le locandine. I testimonial. I costituzionalisti in tv che parlano a un pubblico che ha già cambiato canale. Il referendum sulla separazione delle carriere della magistratura è diventato una campagna pubblicitaria. Influencer per il sì, celebrità per il no. Manca il jingle.
Domenica e lunedì si vota. Primi giorni di primavera. Sette articoli della Costituzione. Il rapporto tra chi governa e chi controlla chi governa. Roba seria. Ma quanti sanno cosa c’è sulla scheda? I sondaggi dicevano che solo il 10 per cento si sentiva molto informato. Il resto voterà per appartenenza, per simpatia, per la faccia che ha visto più spesso in tv. Oppure non voterà, tanto non c’è quorum. Il risultato vale anche se vanno in tre.
Per arrivarci hanno usato tutto. Anche tre bambini che vivevano in un bosco in Abruzzo. Lo stesso Governo che nel 2023 aveva messo il carcere per chi non manda i figli a scuola, questa settimana difende una famiglia che i figli a scuola non li mandava. Perché i giudici sono diventati il nemico e i bambini nel bosco sono diventati un volantino. La coerenza non è richiesta. Basta il titolo.
Intanto, su queste pagine Lorenzo Romano ha fatto notare una cosa che dovrebbe indignare, ma che probabilmente non interessa a nessun politico di turno. I giudici tributari, quelli che decidono se l’avviso di accertamento che ti è arrivato è giusto o sbagliato, sono pagati dal Ministero dell’Economia. Lo stesso che controlla l’Agenzia delle Entrate. Lo stesso che è parte in causa. Il giudice pagato dall’accusa. In un processo penale sarebbe impensabile. Nel tributario succede da sempre. Ma di questo non parla nessuno. Non ci fai il podcast. Non ci fai la locandina.
Ma questa è stata l’ultima settimana. Quella degli indecisi. Di quelli che non fingono di aver capito, che non si informano, che a votare ci vanno solo se gli dai un buon motivo. Ecco perché Fedez. Ecco perché il teatro. Ecco perché tanto rumore. Bisognava arrivare a loro, a quelli con la matita ancora in tasca. E per tirargliela fuori devi trovare le parole giuste.
Perché in fondo quella matita dovrebbe darci una grande soddisfazione. Lasciare il segno. Ce la teniamo in mano, entriamo nella cabina, e per un momento siamo noi. Non Fedez, non gli attori, non i bambini nel bosco. Solo noi e una croce. Poi usciamo e il segno è già di qualcun altro.


