7 GIORNI (IR)REGOLARI - Il soprassuolo delle parole
di Stefano Ricca
La fiera della piccola e media editoria di Roma ha deciso che dal 2026 le case editrici devono firmare una dichiarazione per poter esporre i propri libri. Una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti della Costituzione. Per chi non spunta le caselle, il sistema informatico blocca l’iscrizione. Non entra.
La premier l’ha chiamata patentino antifascista. Gli organizzatori l’hanno chiamata tutela dei valori costituzionali. Entrambi hanno torto e ragione. Ma il punto non è il nome. Il punto è cosa fa una firma.
Una firma certifica che hai firmato. Non certifica quello che hai dentro.
Stessa settimana, altro campo. Dario Deotto su queste pagine chiede una cosa semplice: stiamo parlando di una riforma fiscale epocale, oppure della solita legge di bilancio dove viene imbarcato tutto e il contrario di tutto? Il quarto o quinto correttivo della riforma contiene i crediti d’imposta acquisiti da professionisti e le tabelle Aci. Si chiama riforma. Il nome è grande. La sostanza è quella che è.
In entrambi i casi il meccanismo è identico. Si prende una parola grande, antifascismo, riforma, e la si applica a qualcosa di più piccolo. La parola grande copre, protegge, certifica. Non trasforma.



