La settimana scorsa, la notte tra il 28 e il 29 giugno, migliaia di brocche di vetro sono rimaste fuori, sui davanzali, in giardino, con dentro acqua fredda e un albume scivolato piano. La mattina dopo qualcuno si è alzato presto a guardare le vele formate da sole. Aperte, ottimo segno. Chiuse, si mette male. La barca di San Pietro non si legge prima. Si prepara e basta, poi si aspetta, poi si interpreta quello già successo come se fosse una promessa per quello che deve ancora succedere.
È un rito contadino. In questi giorni di caldo la stessa frase gira senza bisogno di uova e brocche. “Dicono che pioverà.” “Dicono che migliorerà.” Chi sono questi loro? Nessuno lo chiede mai. È un’autorità senza volto a cui consegniamo il pezzo di futuro che non controlliamo, per non doverci stare dentro da soli.
Funziona su due livelli. Primo: l’alibi. Se dicono che pioverà e poi non piove, non ho sbagliato io. Hanno sbagliato loro. Mi sono tolto la colpa prima di poterla avere. Secondo: la speranza. Con quaranta gradi da una settimana e niente da fare, “dicono che migliorerà” è l’unica cosa a cui aggrapparti. Non cambia il termometro. Cambia te, per un’ora.



