7 GIORNI (IR)REGOLARI - Da grande
di Stefano Ricca
Sono passate alcune settimane dai funerali di Alex Zanardi. Ho aspettato. Certi discorsi hanno bisogno di sedimentare prima di diventare qualcosa che vale la pena scrivere. Suo figlio Niccolò aveva detto una cosa che valeva tutto: che Alex il sabato sera impastava la pizza e non capiva niente di SPID.
Quella frase mi ha fatto pensare a cosa facciamo senza cercare il consenso di nessuno. Ho scritto recentemente un libro. In passato ho partecipato a gare di corsa. Se lo avessi fatto per scrivere un best seller o vincere una medaglia, sarei in fase depressiva da tempo.
Quando vedo il libro vedo invece le serate a correggere, i momenti distratti in auto in cui pensavo a un finale possibile, una scena intravista da qualche parte che diventava qualcosa. In un libro ci sono momenti che presi singolarmente non sono nulla, ma nell’insieme costruiscono qualcosa che è parte di te. Nella corsa ogni allenamento, anche quelli in cui non vorresti uscire, in cui il tempo non è dalla tua parte. Ma anche le volte inaspettate in cui ti senti più in forma del solito, il mal di gambe la sera. La gara arriva dopo tutto questo. E comunque vada, il valore è in tutti i minuti al chilometro.
C’è una categoria professionale che fa fatica a stare insieme. Non per ragioni tecniche. Perché ognuno è impegnato a dimostrare di valere più degli altri. Il cliente più grande, lo studio più strutturato, il titolo sulla porta. Qualche mese fa il Consiglio Nazionale dei commercialisti ha lanciato uno spot: un bambino in un’aula scolastica che dice di voler fare il commercialista da grande. Qualcuno l’ha trovato bello. Io ho riconosciuto il meccanismo. Il supereroe con la ventiquattrore invece del mantello. La forma cambia, la sostanza no. Nei giorni scorsi lo stesso Consiglio Nazionale ha stabilito che il commercialista non può fare l’imprenditore agricolo professionale. Incompatibile con il titolo. Anche l’orto.
Non è solo una questione di categoria. Abbiamo imparato a costruire narrazioni di grandezza su tutto. Il lavoro, le scelte, le vite. Come se l’ordinario non bastasse. Come se fare una cosa per il gusto di farla fosse già una sconfitta prima di iniziare.
Zanardi era diventato il simbolo di tutto questo. La forza di volontà, la rinascita, il sorriso nonostante tutto. Una narrazione vera, sicuramente. Ma sovrascritta su un uomo che il sabato impastava la pizza e chiedeva aiuto con lo SPID.
Niccolò non ha celebrato suo padre. Lo ha restituito a sé stesso.


