60 giorni per decidere e i nuovi effetti dell’inerzia: il TFR in ottica di architettura delle scelte
di Chiara Forino
Il 1° luglio segna un punto di non ritorno nella previdenza. Come ha ben illustrato su queste pagine Gabriele Silva, la Legge di Bilancio 2026 (L. 30 dicembre 2025, n. 199), integrata dalle nuove disposizioni per la destinazione del TFR, trasforma radicalmente il modo in cui lavoratori e imprese dovranno guardare ai flussi di cassa e al futuro economico.
Non si tratta di una semplice modifica amministrativa, ma di un cambio di paradigma. Fino al 30 giugno per aderire a un fondo di previdenza integrativa risulta necessario, all’assunzione, farne esplicita richiesta, mentre, in caso di inerzia, il TFR rimane in azienda o viene versato al Fondo Tesoreria INPS (mantenendo natura di capitale).
Dal momento che la previdenza gestita dall’INPS, per numerosi fattori, non sembra più in grado di garantire agli attuali lavoratori una pensione sufficiente a mantenere uno stile di vita dignitoso, il Legislatore ha provato a ridurre il rischio, modificando le modalità di destinazione del TFR e incentivando l’adesione a fondi di previdenza complementare.
Da luglio, quindi, in caso di inerzia, il TFR viene automaticamente destinato alla previdenza complementare individuata dalla contrattazione collettiva.
Al netto delle tematiche finanziarie che questo cambiamento porterà nelle aziende italiane, che fino a oggi hanno utilizzato il TFR maturato come una fonte di liquidità occulta, gli interrogativi sono di portata più ampia.



