4,5 miliardi di utile, 100 di crediti persi: il bilancio INPS è un trionfo di ciò che non c'è
di Pietro Alò e Antonello Cassone
Ogni tanto arriva la notizia che rassicura tutti: l’INPS chiude il 2025 in attivo. Risultato economico d’esercizio positivo per 4,5 miliardi di euro, patrimonio netto che sale da 35,31 a 42,83 miliardi, saldo della gestione finanziaria di competenza a 16 miliardi. Titoli trionfali, comunicati soddisfatti, la solita liturgia della “solidità confermata”. E un imprenditore che ogni mese versa contributi con la fedeltà di un suddito potrebbe perfino sentirsi orgoglioso. Peccato che, come sempre, il numero che canta serva a coprire il numero che stona. E qui il numero che stona è enorme. Partiamo da una premessa che l’Istituto stesso, va detto, ha l’onestà di scrivere: l’INPS è un ente non commerciale che non mira a realizzare utili. Già questo dovrebbe far suonare un campanello. Un ente previdenziale non è un’azienda: il suo “utile” non è profitto, è la differenza contabile tra quanto incassa e quanto eroga in un dato momento. Esibirlo come un successo è un’operazione di marketing istituzionale che confonde la cassa con la salute. Ma è quando si apre il cofano che la festa si smorza. Perché quei conti in ordine poggiano su una montagna che nessuno vuole guardare: i crediti contributivi ammontano a 125.767 milioni, in aumento dai 119.127 milioni del 2024.
Centoventicinque miliardi che l’INPS vanta verso datori di lavoro e iscritti. E qui arriva la frase che dovrebbe far cadere le braccia: la quota considerata inesigibile è il 79,4 per cento. Quasi otto euro su dieci di quei crediti l’Istituto sa già che non li vedrà mai. Non a caso il Fondo svalutazione crediti è stato portato a 99.873 milioni, con un accantonamento aggiuntivo di 5,3 miliardi. Fermatevi un attimo su questa cifra: quasi cento miliardi di crediti svalutati, cioè dati sostanzialmente per persi. È una voragine che vale più di venti volte l’utile celebrato. Se un’impresa privata presentasse un attivo gonfio di crediti inesigibili per l’80%, il revisore non firmerebbe il bilancio e la banca chiuderebbe i rubinetti. L’INPS, invece, lo racconta come stabilità. Ed è qui che scatta il “blast”.
Perché quell’utile e quella voragine non sono due fatti separati: sono lo stesso fatto visto da due angolazioni diverse. L’Istituto accerta contributi che larga parte dei debitori non pagherà, li iscrive a ruolo — le iscrizioni salgono da 182.987 a 193.341 milioni — e ne recupera una frazione modesta: il rapporto tra riscosso e affidato è appena il 29,98 per cento. Meno di un terzo. Il resto resta lì, sospeso tra la finzione contabile e la resa. Il bilancio “in utile” è, in buona parte, un bilancio di promesse non mantenute da chi doveva pagare. Ma il punto più scomodo, quello che tocca chi come noi lavora ogni giorno con imprese e partite IVA, è un altro. Che cosa significano, davvero, quei crediti inesigibili? Significano imprese chiuse, artigiani che hanno gettato la spugna, autonomi che non ce l’hanno fatta, contribuenti che tra pagare l’INPS e pagare i dipendenti hanno dovuto scegliere. Il tasso di inesigibilità all’80 per cento non è un dato contabile: è una radiografia della mortalità economica del Paese. E c’è un secondo strato, ancora più sottile.



