<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/" xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/" xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom" version="2.0" xmlns:itunes="http://www.itunes.com/dtds/podcast-1.0.dtd" xmlns:googleplay="http://www.google.com/schemas/play-podcasts/1.0"><channel><title><![CDATA[Blast - Quotidiano di diritto economia fisco e tecnologia: Economia]]></title><description><![CDATA[Non è solo il profitto il "volano" dell'economia]]></description><link>https://www.blastonline.it/s/economia</link><image><url>https://substackcdn.com/image/fetch/$s_!U3Pw!,w_256,c_limit,f_auto,q_auto:good,fl_progressive:steep/https%3A%2F%2Fsubstack-post-media.s3.amazonaws.com%2Fpublic%2Fimages%2Fd2ee67ff-70ba-45e3-8fd3-45190966c1b1_512x512.png</url><title>Blast - Quotidiano di diritto economia fisco e tecnologia: Economia</title><link>https://www.blastonline.it/s/economia</link></image><generator>Substack</generator><lastBuildDate>Thu, 14 May 2026 08:33:52 GMT</lastBuildDate><atom:link href="https://www.blastonline.it/feed" rel="self" type="application/rss+xml"/><copyright><![CDATA[Maggioli]]></copyright><language><![CDATA[it]]></language><webMaster><![CDATA[blast@maggioli.it]]></webMaster><itunes:owner><itunes:email><![CDATA[blast@maggioli.it]]></itunes:email><itunes:name><![CDATA[Blast]]></itunes:name></itunes:owner><itunes:author><![CDATA[Blast]]></itunes:author><googleplay:owner><![CDATA[blast@maggioli.it]]></googleplay:owner><googleplay:email><![CDATA[blast@maggioli.it]]></googleplay:email><googleplay:author><![CDATA[Blast]]></googleplay:author><itunes:block><![CDATA[Yes]]></itunes:block><item><title><![CDATA[La transizione dai combustibili fossili non è più procrastinabile]]></title><description><![CDATA[di Chiara Malisano]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/la-transizione-dai-combustibili-fossili</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/la-transizione-dai-combustibili-fossili</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Wed, 13 May 2026 14:01:49 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/51342a8a-84f0-4c37-9625-62403a050183_4811x3194.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Tra il 24 e il 29 aprile si &#232; tenuta a Santa Marta la prima conferenza internazionale sulla transizione dai combustibili fossili (in inglese TAFF - <em>Transitioning Away from Fossil Fuels</em>), organizzata da Colombia e Paesi Bassi. Un tema che rappresenta un nodo centrale nel contesto delle emissioni &#8211; e che interessa evidentemente anche i cambiamenti climatici &#8211; che le COP (Conferenze delle Parti sul clima annuali organizzate dall&#8217;UNFCCC) hanno affrontato ufficialmente per la prima volta a Dubai nel 2023 con l&#8217;espressione di compromesso &#8220;<em>transitioning away from fossil fuels</em>&#8221;. Tuttavia, la questione non &#232; stata pi&#249; concretamente discussa nelle successive conferenze annuali.</p><p>La volont&#224; di realizzare la conferenza di Santa Marta nasce quindi con l&#8217;intento di riprendere il discorso interrotto nel 2023, creando uno spazio di confronto e dialogo trasparente, di nascita di idee concrete calate nelle diverse realt&#224; che vi prendono parte. Alle plenarie e ai momenti di discussione pi&#249; laboratoriali hanno partecipato quasi sessanta Paesi, ma anche le delegazioni di comunit&#224; locali, popolazioni indigene, ONG; insomma si &#232; voluto dare spazio anche alla societ&#224; civile. Un evento che ha raggruppato Stati produttori e consumatori, esportatori e importatori: ognuno ha portato i propri limiti e le proprie contraddizioni, ma anche la volont&#224; di parlare e di affrontare il tema. Non erano presenti, per&#242;, i grandi produttori di combustibili fossili, come USA (continua la tendenza, della presidenza Trump, a tenersi alla larga dal tema dei cambiamenti climatici) e Cina. Mentre l&#8217;Italia era presente con il delegato Francesco Corvaro, inviato speciale per il clima.</p><p>Ma di cosa si &#232; discusso in concreto a Santa Marta? Il primo punto trattato ha riguardato la volont&#224; da parte dei Paesi partecipanti di creare delle <em>roadmap</em> nazionali per la transizione dai fossili. <em>Roadmap</em> che siano supportate dai dati e dai possibili scenari futuri forniti dalla scienza (in particolare dal <em>Scientific Panel For Energy Transition</em>, fondato e guidato da Johan Rockstr&#246;m e Carlos Nobre). Cos&#236; come si &#232; parlato anche di riformare la finanza (discutendo di nodi centrali che riguardano il debito, la fiscalit&#224; e i sussidi ai fossili) e di riscrivere le bilance commerciali, proponendo alternative al fossile.</p><p>Un incontro, quello di Santa Marta, che peraltro cade a pennello, considerando l&#8217;attuale contesto globale: infatti, la guerra in Iran, con la conseguente chiusura dello stretto di Hormuz, ha fatto emergere con chiarezza quanto siamo ancora dipendenti dai combustibili fossili (e dai Paesi produttori-esportatori) e quanto il relativo prezzo sia molto influenzato dal contesto geopolitico e dalla natura intrinsecamente limitata e non rinnovabile di queste risorse. Come evidenziato dalla pubblicazione &#8220;<em>Energy in Europe</em>&#8221; basata su dati Eurostat riferiti al 2024, su tutto il sistema energetico europeo (produzione, trasformazione, trasporto, distribuzione, consumi di energia), l&#8217;Unione Europea ha prodotto internamente solo il 43 per cento dell&#8217;energia disponibile, mentre il restante 57 per cento deriva dalle importazioni. Per quanto riguarda queste ultime, il 67 per cento &#232; costituito da petrolio e prodotti petroliferi, seguiti dal gas naturale (24 per cento), da combustibili fossili solidi (4 per cento), elettricit&#224; (3 per cento) e da energia rinnovabile (2 per cento).</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/la-transizione-dai-combustibili-fossili">
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Manager e leader: come conciliare i due ruoli?]]></title><description><![CDATA[di Sara Giussani]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/manager-e-leader-come-conciliare</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/manager-e-leader-come-conciliare</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Wed, 13 May 2026 12:03:19 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/fe251372-25b9-4a91-a4f8-34255303ac56_3000x3000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In una societ&#224; nella quale si tende a essere tutti &#8220;<em>manager</em>&#8221; o &#8220;<em>leader</em>&#8221; &#232; importante recuperare il significato originario di questi due importanti vocaboli per comprenderne meglio la differenza e preservarne il valore e l&#8217;identit&#224;.</p><p style="text-align: justify;">Il manager per definizione esercita un ruolo di gestione che promuova stabilit&#224; ed efficienza, integrazione e allineamento: in sostanza, si preoccupa che il sistema funzioni.</p><p style="text-align: justify;">Il leader invece guida un gruppo di persone, lo motiva, lo supporta nelle difficolt&#224;, lo orienta verso gli obiettivi, lo sprona a tradurre gli ostacoli in opportunit&#224;, rafforza la collaborazione e il dialogo. La <em>leadership</em> diventa essa stessa una <em>mission</em>: promuovere la crescita di un team, il suo sviluppo attraverso cambiamenti e innovazione, confronto e apprendimento.</p><p style="text-align: justify;">Resta comunque il fatto che stiamo parlando di due ruoli tanto storici, quanto mai cos&#236; attuali; due ruoli che, proprio per difendere la loro origine e autenticit&#224;, devono ripensarsi e reinventarsi continuamente e tradursi in forme e modalit&#224; sempre pi&#249; diversificate e trasversali.</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>In che termini la Psicologia della Gestalt pu&#242; essere utile?</strong></h3><p style="text-align: justify;">Il manager oggi non ha pi&#249; un ruolo gestionale, ma trasformativo. Non si tratta di coordinare delle risorse per raggiungere un obiettivo. Si tratta di investire delle risorse per creare qualcosa di diverso e migliore della somma delle singole parti.</p><p style="text-align: justify;">Lo stesso vale per il <em>leader</em>. Il punto non &#232; quello di integrare delle persone fra loro, quanto di fondere insieme le loro unicit&#224; e costruire uno spazio di arricchimento reciproco.</p><p style="text-align: justify;">La Psicologia della <em>Gestalt</em> ci insegna che la nostra mente tende a guardare la realt&#224; e a percepirla come un insieme unico al di l&#224; delle singole parti che la compongono.</p><p style="text-align: justify;"><em>Manager </em>e<em> leader</em> devono tradurre proprio questo principio base dell&#8217;approccio gestaltico nella loro stessa mission: partire da risorse distinte e diverse tra loro e costruire un insieme che ne travalichi i confini e sfoci in qualcosa di nuovo e migliore.</p><p style="text-align: justify;">La teoria della <em>Gestalt</em> offre degli strumenti importanti, non solo a livello percettivo - analitico, ma dal punto di vista funzionale &#8211; operativo, per fare di un insieme di strumenti un progetto, cos&#236; come di un gruppo di persone un team vincente.</p><p style="text-align: justify;">Per tornare ora alla domanda iniziale e capire se e in che modo manager e leader possono lavorare insieme fino a conciliare la loro specificit&#224; in un unico ruolo strategico, &#232; importante riflettere sulla loro peculiarit&#224; e origine.</p><h3 style="text-align: justify;">Quello che serve oggi &#232; il carattere, la personalit&#224;. Non si tratta di titoli da attribuire, ma di coscienze da formare</h3><p style="text-align: justify;">Si tratta di mettersi al servizio di qualcosa, di qualcuno al di fuori di s&#233; stessi. Non si tratta di gestire delle risorse, ma di trasformarle in qualcosa di migliore. Non si tratta di guidare un gruppo di persone, ma di fare parte di una collettivit&#224; per raggiungere degli obiettivi che da soli non sarebbero realizzabili.</p><p style="text-align: justify;">Quello che spesso manca oggi &#232; il senso di ci&#242; che si fa, &#232; l&#8217;autenticit&#224; nell&#8217;azienda cos&#236; come nella societ&#224;; alla fine siamo tutti tutto senza sapere in realt&#224; chi siamo veramente, senza essere capaci di riscoprire il gusto e il senso di quello che si fa.</p><p style="text-align: justify;">E cos&#236; non si fa altro che affannarsi nel cercare di rincorrere quelle sfide che il mondo esterno ha in realt&#224; gi&#224; conquistato e che di fatto sono gi&#224; parte del passato.</p><p style="text-align: justify;">Essere <em>manager</em>, essere<em> leader</em> &#232; questione di personalit&#224;, &#232; questione di carattere, &#232; una forma di servizio, non un lavoro, non &#232; un titolo e non riguarda solo le competenze tecniche, perch&#233; quelle le possono avere tutti. Riguarda l&#8217;unicit&#224; che ciascuno di noi ha e che pu&#242; portare fuori solo se &#232; davvero capace e disposto a mettere s&#233; stesso al servizio di qualcosa d&#8217;altro, di qualcun altro al di fuori di s&#233;.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/manager-e-leader-come-conciliare">
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Un’Italia divisa nei numeri: redditi e Isee corrono su binari diversi tra Nord e Sud]]></title><description><![CDATA[di Sara Bellanza]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/unitalia-divisa-nei-numeri-redditi</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/unitalia-divisa-nei-numeri-redditi</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Tue, 12 May 2026 14:01:21 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f0519e52-6189-4f9c-befb-9fcf081e354f_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">I numeri crescono, ma la geografia del benessere in Italia resta sorprendentemente immobile. Dietro l&#8217;aumento dei redditi medi e dell&#8217;Isee, aggiornati ai dati del 2024 e contenuti nei report del Ministero dell&#8217;Economia e delle Finanze sulle dichiarazioni dei redditi 2025 e del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, si delinea ancora un <strong>Paese diviso in due realt&#224; economiche sempre pi&#249; difficili da colmare.</strong></p><p style="text-align: justify;">Da una parte, il Nord che conferma la propria solidit&#224; economica e, dall&#8217;altra, un Mezzogiorno che continua a inseguire senza riuscire a ridurre davvero le distanze.</p><p style="text-align: justify;">In cima alla graduatoria dei territori pi&#249; ricchi si confermano Lombardia e Trentino-Alto Adige, mentre Calabria e Molise restano in fondo alle classifiche.</p><p style="text-align: justify;">Lo stesso andamento si ritrova nell&#8217;Isee medio: al di l&#224; della crescita complessiva, prende forma l&#8217;immagine di un&#8217;Italia che procede con velocit&#224; differenti senza riuscire a trovare un equilibrio realmente condiviso.</p><h4 style="text-align: justify;"><strong>La geografia reddituale dell&#8217;Italia</strong></h4><p style="text-align: justify;">I dati confermano uno squilibrio che attraversa il Paese da anni e che, nonostante la crescita complessiva dei redditi, continua a mantenere l&#8217;Italia profondamente diseguale. L&#8217;aumento medio registrato nelle dichiarazioni fiscali, infatti, non si traduce in un reale riavvicinamento tra i territori: le differenze storiche tra Nord e Sud restano quasi immutate e continuano a riflettersi nella distribuzione della ricchezza.</p><p style="text-align: justify;">La geografia economica che emerge dai numeri &#232; ancora molto netta. In testa si colloca la Lombardia, con un reddito medio di 30.200 euro, seguita dal Trentino-Alto Adige con 28.553 euro: territori in cui la crescita appare consolidata e sostenuta da un tessuto produttivo pi&#249; stabile, da livelli occupazionali pi&#249; elevati e da una maggiore capacit&#224; di attrarre investimenti.</p><p style="text-align: justify;">All&#8217;estremo opposto resta la Calabria, ferma a 19.020 euro di reddito medio, preceduta dal Molise con 20.460 euro. &#200; il segnale di una distanza che continua a pesare soprattutto sulle regioni meridionali.</p><p style="text-align: justify;">Nel mezzo si collocano regioni come Lazio e Toscana - rispettivamente con 27.780 e 26.390 euro - che mantengono livelli superiori alla media del Mezzogiorno ma non sufficienti ad avvicinarsi davvero alle aree economicamente pi&#249; forti del Paese.</p><p style="text-align: justify;">Ne emerge cos&#236; l&#8217;immagine di una Italia che continua a crescere con ritmi differenti e squilibri territoriali profondamente radicati.</p><h4 style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;Isee come fotografia del divario territoriale</strong></h4><p style="text-align: justify;">L&#8217;Isee &#232; uno strumento che non si limita a fotografare la condizione economica delle famiglie, ma contribuisce a definire una soglia concreta tra inclusione ed esclusione nell&#8217;accesso alle prestazioni sociali agevolate.</p><p style="text-align: justify;">Secondo i dati aggiornati del Ministero del Lavoro, nel 2024 sono state presentate 10,8 milioni di Dsu (Dichiarazioni sostitutive uniche) ai fini Isee - circa 500mila in meno rispetto al 2023. La riduzione &#232; generalizzata, ma pi&#249; intensa nel Mezzogiorno, proprio dove si concentrano le maggiori fragilit&#224; economiche.</p><p style="text-align: justify;">Le famiglie che presentano l&#8217;Isee sono inoltre mediamente pi&#249; numerose e caratterizzate da una maggiore presenza di minori. Questo elemento segnala come il bisogno di sostegno pubblico si concentri soprattutto laddove i carichi familiari e le difficolt&#224; economiche si intrecciano.</p><p style="text-align: justify;">Dal 2015 al 2024 la maggior parte delle Dsu proviene dal Mezzogiorno, con due accelerazioni significative: il 2019, in coincidenza con il Reddito di cittadinanza, e il 2022, con l&#8217;introduzione dell&#8217;Assegno unico. In entrambi i casi, pi&#249; che ridursi, lo squilibrio sembra diventare pi&#249; visibile, come se le politiche di <em>welfare</em> non riuscissero a ricucire la distanza, ma soltanto a renderla pi&#249; evidente nei numeri.</p><h4 style="text-align: justify;"><strong>Cosa raccontano i dati (e cosa non riescono a dire)?</strong></h4><p style="text-align: justify;">Nel complesso, i dati descrivono la persistenza di una disuguaglianza che nel tempo tende a consolidarsi. In questa prospettiva, il problema non &#232; soltanto la permanenza degli squilibri, ma la loro progressiva normalizzazione all&#8217;interno degli stessi strumenti che dovrebbero ridurli. Indicatori, soglie e medie finiscono cos&#236; per rendere le differenze quasi fisiologiche.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;Italia che emerge dai dati non &#232; semplicemente divisa: &#232; un Paese in cui gli squilibri territoriali continuano a riprodursi nel tempo senza che le politiche pubbliche riescano davvero a ridurli. La distanza tra Nord e Sud, tra inclusione ed esclusione, non appare allora come un&#8217;anomalia temporanea, ma come una componente ormai strutturale del sistema economico e sociale.</p><p style="text-align: justify;">I numeri e le statistiche non riescono a risolvere una domanda: fino a che punto una societ&#224; pu&#242; continuare a convivere con le proprie fratture senza interrogarsi davvero sulle condizioni che le rendono cos&#236; persistenti?</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[TFR al Fondo Tesoreria: quando la soglia diventa un problema operativo]]></title><description><![CDATA[di Gabriele Silva]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/tfr-al-fondo-tesoreria-quando-la</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/tfr-al-fondo-tesoreria-quando-la</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Tue, 12 May 2026 12:01:10 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/4819e39e-f994-414d-b03d-7231ca202eb9_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Sulla carta sembra semplice. La Legge di Bilancio ha modificato le soglie dimensionali per l&#8217;obbligo di versamento del TFR al Fondo Tesoreria INPS e il decreto lavoro ha concesso pi&#249; tempo per regolarizzare il primo semestre 2026 senza sanzioni. Fine della storia.</p><p style="text-align: justify;">Poi per&#242; arriva la gestione quotidiana delle aziende. E l&#236;, come spesso accade, le cose smettono rapidamente di essere semplici.</p><p style="text-align: justify;">Il vero problema non &#232; la proroga.</p><p style="text-align: justify;">Il vero problema &#232; capire quando scatta davvero l&#8217;obbligo.</p><p style="text-align: justify;">Dal 2026 entrano infatti in gioco nuove soglie dimensionali progressive: 60 dipendenti nel biennio 2026-2027, 50 nel periodo 2028-2031 e 40 dal 2032. Ma il punto delicato &#232; il criterio di calcolo. Non conta il dato &#8220;<em>fotografico&#8221;</em> del momento, bens&#236; la media annuale dei lavoratori occupati.</p><p style="text-align: justify;">Ed &#232; qui che iniziano le complicazioni operative.</p><p style="text-align: justify;">Nella realt&#224; le aziende non sono numeri statici. Ci sono assunzioni, cessazioni, stagionalit&#224;, <em>part-time</em>, trasformazioni contrattuali, oscillazioni fisiologiche degli organici. E il rischio concreto &#232; quello di accorgersi troppo tardi del superamento della soglia, magari mesi dopo, quando i flussi UniEmens sono gi&#224; stati trasmessi e gli accantonamenti TFR gi&#224; gestiti internamente.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/tfr-al-fondo-tesoreria-quando-la">
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Appalti pubblici e salario minimo: quando la Costituzione frena le ambizioni sociali delle Regioni ]]></title><description><![CDATA[di Claudio Garau]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/appalti-pubblici-e-salario-minimo</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/appalti-pubblici-e-salario-minimo</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Mon, 11 May 2026 14:00:29 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/ab75ee79-7531-481b-8da5-e8ff492795b7_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Al di l&#224; del dibattuto tema del &#8220;<em>salario giust</em>o&#8221;, promosso dal Governo con il Decreto Lavoro per contrastare il dumping contrattuale e ancorare le retribuzioni ai CCNL pi&#249; rappresentativi, una recente pronuncia della Consulta (sent. n. 60/2026) riporta al centro una tensione mai sopita: quella tra tutela della concorrenza e protezione delle condizioni di lavoro.</p><p>La dichiarazione di illegittimit&#224; dell&#8217;articolo 1 della legge della Regione Toscana n. 30/2025 - che introduceva un criterio premiale nei bandi pubblici legato a una soglia minima di 9 euro lordi l&#8217;ora - appare, sul piano tecnico-giuridico, lineare e difficilmente contestabile. Tuttavia, sul piano sociale, apre interrogativi che vanno oltre il perimetro del giudizio di costituzionalit&#224;.</p><p>Sul riparto delle competenze, la Corte ribadisce un orientamento consolidato: la tutela della concorrenza &#232; una materia &#8220;<em>trasversale&#8221;</em>, priva di confini rigidi, perch&#233; incide su molteplici ambiti dell&#8217;ordinamento (come gi&#224; affermato nelle sentenze n. 401/2007 e n. 14/2004).</p><p>&#200; per&#242; l&#8217;articolo 117, secondo comma, lettera e), Cost. ad attribuire espressamente allo Stato la competenza legislativa esclusiva in materia. La qualificazione come <em>&#8220;trasversale&#8221;</em> serve a spiegare l&#8217;ampiezza e la capacit&#224; di questa competenza di incidere anche su settori di rilievo regionale. Nel tempo, soprattutto negli appalti pubblici, tale assetto si &#232; tradotto in una vera e propria clausola di accentramento, non <em>&#8220;gerarchica&#8221;</em> ma giustificata dall&#8217;esigenza di garantire uniformit&#224; di disciplina.</p><p>Gi&#224; in precedenti arresti (si pensi alla sent. n. 4/2022), la Corte aveva chiarito che rientra nella cosiddetta concorrenza<em> &#8220;per il mercato</em>&#8221; la disciplina &#8220;<em>nazionale</em>&#8221; delle procedure di gara, dei criteri di selezione e soprattutto dei criteri di aggiudicazione, al fine di tutelare e promuovere la concorrenza uniformemente in Italia, anche in virt&#249; del principio di imparzialit&#224; (articolo 97 Cost.).</p><p>Ed &#232; proprio qui che la legge toscana inciampa. Il &#8220;<em>criterio premiale</em>&#8221; sul trattamento economico minimo non &#232; un elemento accessorio. Incide direttamente sull&#8217;esito della gara e, indirettamente, sulla platea dei partecipanti. In altri termini, non &#232; solo misura sociale, ma diventa una leva di mercato e, in quanto tale, &#232; incostituzionale se introdotta da una Regione - perch&#233; invade una competenza esclusiva dello Stato sui criteri di gara d&#8217;appalto.</p><p>La difesa regionale ha astutamente sostenuto che la norma introducesse una tutela<em> &#8220;incrementale&#8221;</em>, facoltativa e non discriminatoria: il criterio opererebbe infatti in modo uniforme per tutte le imprese, lasciando all&#8217;operatore economico la scelta di aderire o meno ai fini della premialit&#224;, senza pregiudicare l&#8217;accesso alla gara. Nessun obbligo, quindi, ma solo un incentivo.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/appalti-pubblici-e-salario-minimo">
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          </a>
      </p>
   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Salario giusto, TEC e realtà: quando la teoria incontra le buste paga ]]></title><description><![CDATA[di Gabriele Silva]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/salario-giusto-tec-e-realta-quando</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/salario-giusto-tec-e-realta-quando</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Mon, 11 May 2026 12:00:23 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/0373db97-2237-4d27-bd79-c5b6b42c52c7_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Sulla carta sembra tutto lineare. Il decreto &#8220;<em>1&#176; maggio&#8221;</em> rimette al centro il concetto di &#8220;<em>salario giusto&#8221;</em>, richiamando l&#8217;articolo 36 della Costituzione e affidando alla contrattazione collettiva il compito di individuare il trattamento economico adeguato. Il parametro? Il TEC, il<strong> trattamento economico complessivo</strong> previsto dai contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente pi&#249; rappresentative.</p><p style="text-align: justify;">Poi per&#242; arriva la realt&#224;. E la realt&#224;, come spesso accade nel diritto del lavoro, &#232; molto meno ordinata delle norme scritte nei decreti.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; appena si prova a trasformare questi principi in operativit&#224; concreta iniziano le domande vere. Quali voci rientrano nel TEC? Solo la paga base? Anche scatti, tredicesima, quattordicesima, indennit&#224;? E i superminimi? E la contrattazione aziendale? La norma richiama il trattamento economico complessivo, ma senza definirne davvero i confini. Si guarda allora agli appalti pubblici, all&#8217;equivalenza delle tutele, alle interpretazioni giurisprudenziali, ai richiami indiretti del codice appalti. Tradotto: ancora una volta, il professionista deve muoversi in un terreno dove il margine interpretativo resta enorme.</p><p style="text-align: justify;">Ed &#232; qui che nasce la sensazione che molti operatori del settore conoscono bene: quella per cui il legislatore cerca una regola oggettiva, ma poi scarica sulla pratica quotidiana un sistema pieno di variabili.</p><p style="text-align: justify;">Anche perch&#233; il tema non &#232; solo teorico. Da questa definizione dipendono incentivi, <em>bonus</em> contributivi, agevolazioni per assunzioni di giovani, donne e ZES. E il decreto introduce persino la possibilit&#224; di considerare il trattamento economico individuale ai fini dell&#8217;accesso ai benefici. Una previsione che sembra aprire alla rilevanza di superminimi e integrazioni individuali, almeno per alcune agevolazioni, derogando di fatto a una logica che per anni si &#232; basata esclusivamente sul rispetto dei contratti collettivi &#8220;<em>leader&#8221;.</em></p><p style="text-align: justify;">Il problema &#232; che tutto questo avviene in un sistema dove molti CCNL arrivano gi&#224; vecchi al momento dell&#8217;applicazione. Contratti non aggiornati per anni, minimi tabellari scollegati dal costo reale della vita, rinnovi che si trascinano all&#8217;infinito. E allora diventa inevitabile chiedersi quanto possa essere davvero <em>&#8220;oggettivo</em>&#8221; un parametro che spesso fotografa una realt&#224; economica superata.</p><p style="text-align: justify;">Perch&#233; la verit&#224; &#232; che il TEC rischia di diventare un concetto formalmente preciso ma sostanzialmente ambiguo. Un numero che dovrebbe garantire equit&#224;, ma che nella pratica richieder&#224; interpretazioni ministeriali, chiarimenti INPS, circolari, contenziosi e probabilmente decisioni della magistratura.</p><p style="text-align: justify;">E nel frattempo, come sempre, le aziende dovranno assumere, i consulenti dovranno elaborare buste paga e qualcuno dovr&#224; decidere concretamente quale sia questo famoso <em>&#8220;salario giusto&#8221;.</em></p><p style="text-align: justify;">Forse sarebbe stato pi&#249; semplice individuare parametri realmente oggettivi, aggiornabili automaticamente e meno dipendenti da una contrattazione collettiva che, troppo spesso, procede con tempi incompatibili rispetto alla velocit&#224; dell&#8217;economia reale. Ma il diritto del lavoro italiano continua ad avere un rapporto quasi filosofico con la semplicit&#224;: la evoca spesso, salvo poi evitarla accuratamente quando arriva il momento di applicarla.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Buon compleanno Europa!]]></title><description><![CDATA[di Chiara Forino]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/buon-compleanno-europa</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/buon-compleanno-europa</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Sat, 09 May 2026 10:01:19 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/21df8c94-4a50-472a-96a3-60148dd1059f_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il 9 maggio di 76 anni fa, a Parigi, il Ministro degli Esteri francese Robert Schuman pronunci&#242; la dichiarazione che avrebbe gettato le basi di quella che oggi &#232; la Comunit&#224; Europea.</p><p style="text-align: justify;">Nel 1950 nel Vecchio Continente erano ancora ben visibili i segni della Seconda Guerra Mondiale e gi&#224; spiravano minacciosi i venti della Guerra Fredda che avrebbero segnato per anni il mondo intero. Eppure, davanti ai rappresentanti degli Stati che fino a pochi anni prima combattevano su fronti opposti, la Francia proponeva la creazione di una Comunit&#224; europea del carbone e dell&#8217;acciaio (CECA). Il primo passo per la nascita di un&#8217;Europa unita, economicamente e politicamente.</p><p style="text-align: justify;">I Paesi che avrebbero, poco dopo, fondato la CECA ascoltarono un discorso potentissimo, le cui prime parole sono passate alla storia: &#8220;<em>La pace mondiale non potr&#224; essere salvaguardata se non con sforzi creativi, proporzionali ai pericoli che la minacciano</em>&#8221;. In quel discorso si auspicava il superamento di contrasti secolari e si prospettava la costruzione di basi comuni per lo sviluppo economico della federazione europea. Non si parla di pace, solidariet&#224; e futuro in termini di speranza e di ideali. Si affrontano apertamente temi concreti, logistici, normativi. Si prospettano trattati, controlli, impegni vincolanti. Con la consapevolezza che &#8220;<em>l&#8217;Europa non potr&#224; farsi in una volta sola, n&#233; sar&#224; costruita tutta insieme; essa sorger&#224; da realizzazioni concrete, che creino anzitutto una solidariet&#224; di fatto&#8221;.</em></p><p style="text-align: justify;">Gi&#224; nel 1949 le cancellerie degli Stati europei avevano fondato il Consiglio d&#8217;Europa, un organo consultivo nato per assicurare i diritti dell&#8217;uomo e della democrazia parlamentare, senza per&#242; intaccare la sovranit&#224; degli Stati membri, ma &#232; con la Dichiarazione di Schuman che la visione europeista prospettata da Winston Churchill prende forma con una proposta concreta, mirata a superare le tensioni tra Francia e Germania sulla gestione delle risorse minerarie. Due anni dopo, il 23 luglio 1952, entr&#242; in vigore il trattato che rendeva la CECA una realt&#224; vincolante per Francia, Germania, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo. Da quel giorno furono per la prima volta abolite le barriere doganali e le restrizioni quantitative alla circolazione delle materie prime.</p>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Economia dell’ignoranza: perché il giornalismo italiano è sempre più fragile (e non solo per colpa degli editori)]]></title><description><![CDATA[di Natalia Piemontese]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/economia-dellignoranza-perche-il</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/economia-dellignoranza-perche-il</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Fri, 08 May 2026 15:01:22 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/716b9c34-eefb-4ac8-b024-b97a2fb0c969_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Quest&#8217;anno i giornalisti italiani hanno scioperato pi&#249; volte in pochi mesi. Contratto nazionale congelato da dieci anni, potere d&#8217;acquisto eroso dall&#8217;inflazione e dalla precariet&#224;. Redazioni fantasma: meno personale, pi&#249; contenuti, velocit&#224; impazzita su pi&#249; piattaforme, costi tagliati all&#8217;osso. GEDI, colosso editoriale, affonda in una crisi che infetta l&#8217;intero settore e i dati lo confermano: il giornalismo italiano &#232; pi&#249; debole, instabile, insostenibile.</p><p>Non &#232; per&#242; solo colpa degli editori. Il vero<em> killer</em> &#232; la domanda evaporata.</p><p>Per anni abbiamo pianto la crisi dell&#8217;offerta: pubblicit&#224; in picchiata, editori in affanno, digitale cannibale, piattaforme giganti. Vero, ma superato. Il Reuters Institute Digital News Report 2026 lo certifica: in Italia l&#8217;interesse per le notizie crolla del 15 per cento annuo, in picchiata libera. Il pubblico non cerca pi&#249; giornalismo di qualit&#224;. E quindi, siccome non lo vuole, non lo finanzia n&#233; in maniera diretta n&#233; indiretta. L&#8217;informazione seria &#232; pi&#249; costosa da produrre, proprio mentre attenzione, tempo e soldi del pubblico svaniscono verso TikTok e <em>reel </em>emotivi.</p><p>Secondo<strong> </strong>l&#8217;Edelman Trust Barometer 2026, solo il 38 per cento degli italiani si fida delle testate tradizionali, contro il 62 per cento nei confronti di <em>influencer </em>e <em>social. </em>Meno fiducia, <em>&#231;a va sans dire</em>, significa meno abbonamenti, meno introiti. E quando i soldi vengono a mancare, i risultati si chiamano tagli, precariet&#224;, qualit&#224; che scende. Ma siccome il lettore se ne accorge se si tratta di frasi trite e ritrite, di luoghi comuni rimbalzanti col copia e incolla, nel momento in cui percepisce che la qualit&#224; scarseggia, ecco che accumula altra sfiducia. Una spirale letale: il giornalismo si auto-distrugge.</p><h2>Il mercato vuole clic, non verit&#224;</h2><p>La moneta di scambio oggi &#232; l&#8217;attenzione: contenuti veloci, polarizzati, emotivi, <em>clic, share,</em> rabbia. Questo &#232; profitto puro. L&#8217;approfondimento? Richiede tempo, verifiche, <em>expertise,</em> pratica sul campo: roba che non paga. Lo conferma Reuters 2026: la <em>news avoidance</em> ovvero la fuga volontaria dalle notizie &#232; al 42 per cento in Italia, un vero<em> record </em>europeo. E la disponibilit&#224; a pagare per accedere a delle <em>news </em>&#232; al di sotto del 10 per cento. Il giornalismo complesso costa troppo, rende poco.</p><p>Ecco il tab&#249; che ribalta tutto: l&#8217;economia dell&#8217;ignoranza non &#232; caos, oggi &#232; la strategia vincente. Stando agli ultimi dati AGCOM 2026, piattaforme e<em> creator </em>catturano il 68 per cento del tempo<em>-attention </em>dell&#8217;italiano medio, contro il 12 per cento delle testate. L&#8217;informazione strutturata sopravvive, ma non vince perch&#233; la semplificazione, il <em>&#8220;sapere di tutto un po&#8217;, giusto un&#8217;infarinatura&#8221;</em> vale di pi&#249;, la conoscenza che ti permette di sostenere una tesi senza limitarsi al giudizio, molto meno.</p><h2>Economia dell&#8217;ignoranza: il giornalismo italiano muore di fame, il pubblico applaude altrove</h2><p>Sempre pi&#249; spesso contenuti, analisi e articoli vengono liquidati con un <em>&#8220;tanto lo fa l&#8217;AI in tre secondi&#8221;</em>, come se<strong> il valore non fosse pi&#249; nella comprensione, ma nella semplice produzione di testo</strong>. Il risultato &#232; una crisi della prova: non basta pi&#249; essere credibili, bisogna dimostrarlo continuamente, in un contesto in cui gli strumenti usati per farlo sono essi stessi approssimativi e inaffidabili.</p><p>Siamo passati dal <em>&#8220;fidati di me&#8221;</em> al &#8220;<em>dimostramelo</em>&#8221;, senza per&#242; avere strumenti solidi per <strong>distinguere davvero tra chi produce contenuti e chi produce conoscenza</strong>. A quel punto la scelta diventa inevitabilmente individuale. Chi non vuole informarsi pu&#242; non farlo, pu&#242; restare in superficie, consumare notizie di sfuggita e riempire il resto con spasmodici<em> scrolling.</em></p><p>Ma chi vuole capire davvero, chi cerca le connessioni, il contesto, un senso oltre l&#8217;algoritmo e la velocit&#224;, ci&#242; che i dati da soli non raccontano, allora far&#224; un passo in pi&#249;: riconoscer&#224; le &#8220;<em>menti pensanti&#8221;</em>, le sosterr&#224; come punto di riferimento. Con abbonamenti ma anche con attenzione, condivisioni, presenza, commenti costruttivi.</p><p>Perch&#233; anche un gesto minimo &#232; un modo concreto per stare dalla parte di chi prova a migliorare le cose. E pi&#249; persone scelgono il pensiero critico, pi&#249; si restringe lo spazio per contenuti che semplificano, distorcono e trovano terreno fertile dove &#232; pi&#249; facile orientare le opinioni invece che formarle.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Addio Piigs, arrivano i Bifs: ma stavolta l'Italia è in buona compagnia]]></title><description><![CDATA[di Pietro Al&#242; e Antonello Cassone]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/addio-piigs-arrivano-i-bifs-ma-stavolta</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/addio-piigs-arrivano-i-bifs-ma-stavolta</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Fri, 08 May 2026 12:03:09 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/61280163-2f68-4a75-8f19-9ed369513215_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Gli analisti della<em> City</em> si sono inventati un nuovo giocattolo lessicale e, manco a dirlo, ci hanno infilato dentro l&#8217;Italia. Si chiama &#8220;<em>Bifs</em>&#8221; l&#8217;ultima trovata dei <em>desk </em>londinesi e l&#8217;acronimo sta per Britain, Italy, France. Sono i tre Paesi che, secondo il Financial Times, rappresentano i nuovi problemi del debito europeo dopo lo scoppio della guerra in Iran. </p><p>Lo rivela un articolo firmato da Ian Smith e Jonathan Vincent. I grandi fondi internazionali hanno gi&#224; archiviato il vecchio &#8220;<em>Piigs</em>&#8221;, quello coniato nel 2010 per Portogallo, Irlanda, Italia, Grecia e Spagna. Ora la sigla mette insieme tre pesi massimi del continente: <strong>la storica potenza industriale europea, la patria della Brexit e la quinta economia del mondo</strong>. Il termine lo ha inventato Craig Inches, responsabile del reddito fisso di Royal London Asset Management. Ma dietro la battuta da bar finanziario c&#8217;&#232; una dinamica reale, e va raccontata senza isterismi.</p><p>Dallo scoppio del conflitto i rendimenti sono saliti ovunque. I decennali italiani e britannici hanno guadagnato almeno mezzo punto, i francesi 0,46 punti, i Bund tedeschi solo 0,39. Tradotto: gli investitori chiedono interessi pi&#249; alti perch&#233; temono che la guerra faccia esplodere petrolio e gas, e che i governi europei debbano spendere di pi&#249; per indipendenza energetica, difesa e riarmo. Il caso pi&#249; clamoroso &#232; britannico. Marted&#236; Londra ha piazzato un&#8217;emissione monstre da 15 miliardi di sterline, con un rendimento del 4,91 per cento, il pi&#249; alto dal 2008, anno della Lehman. C&#8217;&#232; per&#242; un punto che i giornali esteri evitano di sottolineare, ed &#232; la grande rimozione di questa narrazione. </p><p>Nei &#8220;<em>Piigs</em>&#8221; del 2010 l&#8217;Italia stava insieme a economie periferiche e fragili; oggi nei &#8220;<em>Bifs</em>&#8221; si ritrova accanto alle due nazioni pi&#249; potenti dell&#8217;Europa occidentale, quelle che da sempre ci danno lezioni di rigore e fanno la voce grossa a Bruxelles. &#200; un salto di categoria, e racconta una verit&#224; che a Francoforte non vogliono ammettere: l&#8217;Italia non &#232; pi&#249; il malato d&#8217;Europa, ma una delle tre economie sistemiche del continente. Quando trema lei, tremano tutti. </p>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Brevetti, non solo difesa: perché sono uno strumento di business intelligence]]></title><description><![CDATA[di Valerio Lunati]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/brevetti-non-solo-difesa-perche-sono</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/brevetti-non-solo-difesa-perche-sono</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 May 2026 15:01:34 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/5c2445ab-6759-498a-b817-a9dffa3b8f69_3000x1579.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Nel mondo industriale il brevetto &#232; spesso visto come un costo inevitabile o, al massimo, come uno scudo legale contro la contraffazione. Una visione comprensibile, ma incompleta.</p><p>Oggi, infatti, il vero valore della propriet&#224; industriale non sta solo nella tutela, ma nella sua capacit&#224; di generare **informazioni strategiche**. I brevetti, letti nel modo corretto, diventano uno strumento di business intelligence capace di orientare ricerca, investimenti e sviluppo.</p><h3><strong>Il &#8220;patto&#8221; del sistema brevettuale</strong></h3><p>Per capire questo cambio di prospettiva, bisogna partire dal funzionamento stesso del brevetto. Il sistema si fonda su uno scambio: lo Stato concede un monopolio temporaneo sull&#8217;invenzione, generalmente per 20 anni, ma in cambio richiede una descrizione completa e dettagliata della soluzione tecnica.</p><p>Questa informazione confluisce in grandi banche dati pubbliche che oggi raccolgono oltre 140 milioni di documenti. <strong>&#200;, di fatto, la pi&#249; vasta enciclopedia tecnologica esistente</strong>. Un dato su tutti: si stima che circa l&#8217;80 per cento delle informazioni tecniche contenute nei brevetti non sia pubblicato altrove, n&#233; su riviste scientifiche n&#233; in manuali.</p><p>Per le imprese significa avere accesso a una quantit&#224; enorme di conoscenza gi&#224; validata.</p><h3><strong>Evitare di reinventare la ruota</strong></h3><p>Uno degli errori pi&#249; costosi per le aziende &#232; investire risorse in attivit&#224; di ricerca che replicano soluzioni gi&#224; esistenti. I database brevettuali consentono di evitare questo spreco.</p><p>Non tutto ci&#242; che &#232; descritto in un brevetto &#232; necessariamente protetto o utilizzabile solo con licenza. Esistono diversi casi in cui una tecnologia pu&#242; essere sfruttata liberamente:</p><p>&#183; quando il brevetto &#232; scaduto e l&#8217;invenzione &#232; entrata nel dominio pubblico;</p><p>&#183; quando la protezione non &#232; stata estesa a determinati Paesi;</p><p>&#183; quando alcune varianti tecniche descritte non sono coperte dalle rivendicazioni.</p><p>Individuare queste &#8220;<em>aree libere</em>&#8221; consente alle imprese di sviluppare prodotti partendo da basi gi&#224; consolidate, riducendo tempi e costi di sviluppo e accelerando l&#8217;ingresso sul mercato.</p><h3><strong>L&#8217;innovazione nasce dall&#8217;incrocio dei settori</strong></h3><p>Un altro aspetto spesso sottovalutato &#232; il ruolo dei brevetti nella cosiddetta innovazione laterale o <em>Cross-Fertilization</em>. Le soluzioni pi&#249; interessanti, oggi, raramente nascono da zero: derivano dall&#8217;adattamento di tecnologie sviluppate in ambiti diversi.</p><p>Un problema tecnico in un settore pu&#242; trovare risposta in un altro completamente distante. Ad esempio, una criticit&#224; legata alla dissipazione del calore nell&#8217;elettronica potrebbe essere risolta studiando soluzioni gi&#224; adottate nell&#8217;<em>automotive</em> o nell&#8217;aerospazio.</p><p>L&#8217;analisi trasversale dei brevetti permette di:</p><p>&#183; importare tecnologie da altri settori industriali;</p><p>&#183; superare i limiti tecnici del proprio ambito;</p><p>&#183; generare nuova innovazione brevettabile, applicando soluzioni note a contesti diversi.</p><p>In questo senso, i brevetti non sono solo un archivio, ma una fonte attiva di idee.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/brevetti-non-solo-difesa-perche-sono">
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Transizione 5.0, cinque comunicazioni per un incentivo: il paradosso della semplificazione]]></title><description><![CDATA[di Simona Baseggio e Barbara Marini]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/transizione-50-cinque-comunicazioni</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/transizione-50-cinque-comunicazioni</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 May 2026 10:00:53 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/f4892891-0a07-4af2-9399-7c6a5185f8aa_3120x2336.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il decreto attuativo del nuovo piano Transizione 5.0 ha finalmente trovato la propria forma definitiva con la firma apposta luned&#236; scorso dal Ministro delle Imprese e del Made in Italy.</p><p style="text-align: justify;">Il provvedimento, che agevola con l&#8217;iperammortamento gli investimenti effettuati tra il 1&#176; gennaio 2026 e il 30 settembre 2028, giunge al traguardo con un ritardo considerevole rispetto alla tabella di marcia originaria, in un clima di incertezza che ha indotto molte imprese a sospendere o rinviare le proprie decisioni di investimento. Ma ci&#242; che colpisce, pi&#249; ancora del ritardo, &#232; il contenuto delle ultime modifiche introdotte a ridosso della chiusura della concertazione tra MIMIT e MEF: l&#8217;esclusione dei software in modalit&#224; <em>cloud</em> e l&#8217;introduzione di una quinta comunicazione obbligatoria a carico delle imprese.</p><p style="text-align: justify;">Sul primo versante, la scelta suscita pi&#249; di una perplessit&#224;. Il mercato delle soluzioni digitali si &#232; da tempo orientato verso modelli di fruizione basati su canoni periodici, nei quali il software non viene acquistato e ammortizzato, ma utilizzato come servizio. Si tratta di una realt&#224; ormai consolidata, che riguarda la grande maggioranza degli investimenti delle imprese in beni immateriali. Escludere queste soluzioni dal novero dei beni agevolabili equivale, nei fatti, a fotografare un mondo produttivo che non esiste pi&#249;, premiando l&#8217;acquisto del macchinario fisico e ignorando la componente digitale che, oggi, ne costituisce spesso il complemento essenziale. Se a ci&#242; si aggiunge che, per i moduli fotovoltaici, le specifiche tecniche richieste hanno di fatto circoscritto la platea dei prodotti ammissibili alla fascia pi&#249; costosa del mercato, il risultato &#232; un incentivo il cui perimetro operativo appare sensibilmente pi&#249; angusto di quanto il disegno originario lasciasse intendere.</p><p style="text-align: justify;">&#200; tuttavia sul fronte degli adempimenti che il decreto raggiunge esiti difficilmente giustificabili. La procedura originaria del piano Transizione 5.0 si articolava in tre passaggi: prenotazione, conferma dell&#8217;acconto e chiusura del progetto. Una sequenza gi&#224; non priva di complessit&#224;, ma quantomeno comprensibile nella sua logica. Il nuovo decreto attuativo porta a cinque il numero delle comunicazioni obbligatorie, aggiungendo due adempimenti a cadenza annuale che accompagneranno l&#8217;impresa per l&#8217;intera durata della fruizione del beneficio. In sostanza, ogni anno l&#8217;impresa dovr&#224; rendere conto, in due momenti distinti, dello stato degli investimenti, dei costi sostenuti, delle previsioni di utilizzo del credito e del piano di ammortamento con le relative quote imputate a ciascun esercizio. A questi obblighi si sommano, com&#8217;&#232; ovvio, la perizia tecnica asseverata sui beni acquistati e interconnessi e la certificazione contabile sull&#8217;effettivo sostenimento delle spese ammissibili.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;impressione &#232; quella di un incentivo che, per poter essere fruito, richieda un corredo documentale e comunicativo pi&#249; adatto a un rapporto di vigilanza continuativa che a una misura di sostegno agli investimenti. Il risultato &#232; un apparato procedurale la cui complessit&#224; appare francamente sproporzionata rispetto alla finalit&#224; perseguita. Si tratta, giova ricordarlo, di un incentivo concepito per stimolare gli investimenti produttivi delle imprese in un contesto economico gi&#224; gravato da incertezze geopolitiche e tensioni sui mercati energetici. Imporre cinque comunicazioni obbligatorie, distribuite nel tempo e ciascuna con il proprio contenuto informativo, significa chiedere all&#8217;impresa un impegno burocratico permanente che si protrae per tutta la durata della fruizione dell&#8217;agevolazione. Non &#232; azzardato ritenere che, per le realt&#224; di minori dimensioni, il costo complessivo di gestione degli adempimenti possa erodere in misura significativa il beneficio economico atteso.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/transizione-50-cinque-comunicazioni">
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          </a>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Le professioni giuridico-economiche attribuiscono ancora una posizione sociale?]]></title><description><![CDATA[di Mario Alberto Catarozzo]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/le-professioni-giuridico-economiche</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/le-professioni-giuridico-economiche</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Thu, 07 May 2026 06:30:54 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/a471523f-cbff-4a03-bbaf-484e3c613cdb_6222x3556.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; stata un&#8217;epoca, non troppo lontana, in cui dire &#8220;<em>sono avvocato</em>&#8221;, &#8220;<em>sono commercialista</em>&#8221;, &#8220;<em>sono notaio</em>&#8221;, &#8220;<em>sono consulente del lavoro</em>&#8221; produceva un effetto immediato. Cambiava il tono della conversazione. Il titolo professionale funzionava come una chiave sociale: apriva porte, generava deferenza, comunicava affidabilit&#224; prima ancora che la persona avesse dimostrato qualcosa.</p><p>Oggi accade ancora? La risposta pi&#249; semplice sarebbe dire no, che tutto &#232; cambiato, che il prestigio si &#232; consumato, che il cliente non rispetta pi&#249; il professionista come un tempo. Ma sarebbe una risposta troppo facile. La verit&#224; &#232; pi&#249; interessante: lo standing sociale delle professioni giuridico-economiche non &#232; scomparso. Ha cambiato fonte.</p><h3><strong>La fonte della reputazione</strong></h3><p>Prima nasceva dal ruolo. Oggi nasce dalla reputazione. Prima bastava appartenere a una categoria percepita come alta, selettiva, distante. Oggi bisogna dimostrare di meritare fiducia e autorevolezza ogni volta che si entra in relazione con un cliente, un&#8217;impresa, una famiglia.</p><p>Un tempo il professionista ordinistico abitava una posizione quasi naturale nella gerarchia sociale. Aveva lo studio in una zona riconoscibile della citt&#224;, parlava un linguaggio tecnico poco accessibile, custodiva informazioni che il cliente non aveva. La distanza generava rispetto, ma anche timore. Il cliente ascoltava, chiedeva poco, contestava raramente.</p><p>Quel mondo &#232; per&#242; finito perch&#233; &#232; cambiata la societ&#224;. L&#8217;informazione &#232; ovunque, anche quando &#232; frammentaria o sbagliata. Le alternative sono visibili. Il passaparola digitale e i contenuti online hanno reso il professionista meno irraggiungibile. Il cliente arriva pi&#249; informato, pi&#249; impaziente, pi&#249; esigente. A volte anche pi&#249; presuntuoso. Ma questa &#232; la nuova realt&#224;.</p><h3><strong>Meno riverenza, pi&#249; rispetto</strong></h3><p>Il punto centrale &#232; distinguere tra riverenza e rispetto. La riverenza nasce dalla distanza. Il rispetto nasce dal valore percepito. La riverenza non fa domande. Il rispetto ne fa molte, ma se trova risposte solide diventa pi&#249; forte. La riverenza si inchina al titolo. Il rispetto riconosce la competenza, la chiarezza, la capacit&#224; di orientare.</p><p>Forse non dovremmo rimpiangere troppo la riverenza perduta. Era comoda, certo. Ma era anche figlia di una societ&#224; pi&#249; verticale. Il professionista non dovrebbe desiderare clienti intimoriti. Dovrebbe desiderare clienti consapevoli, capaci di capire perch&#233; una consulenza ben fatta vale pi&#249; di un adempimento eseguito in fretta.</p><p>Le diverse professioni vivono questa trasformazione in modo diverso. Il notaio conserva una forte aura istituzionale, perch&#233; interviene nei passaggi solenni della vita economica e familiare: casa, impresa, successione, patrimonio. L&#8217;avvocato ha visto ridursi l&#8217;aura sacrale che lo circondava, ma quando un conflitto minaccia reputazione o futuro torna a occupare una posizione decisiva.</p><p>Il commercialista &#232; la figura pi&#249; emblematica del cambio di paradigma. Se resta confinato a scadenze e dichiarazioni, rischia di essere percepito come un costo necessario. Se invece diventa interprete dei numeri, consigliere dell&#8217;imprenditore, lettore anticipato dei segnali economici, allora il suo standing cresce. Non perch&#233; &#8220;<em>fa contabilit&#224;</em>&#8221;, ma perch&#233; aiuta a decidere.</p><p>Il consulente del lavoro &#232; probabilmente la professione pi&#249; sottovalutata e, al tempo stesso, una delle pi&#249; centrali. Oggi il lavoro non &#232; solo busta paga e contratto. &#200; organizzazione, welfare, clima aziendale, produttivit&#224;, gestione dei conflitti. Chi governa questi snodi non &#232; un tecnico periferico: &#232; un architetto della tenuta aziendale.</p>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il soffitto di cristallo ha i riflessi tricolore: perché il talento femminile è il miglior investimento che non stiamo facendo ]]></title><description><![CDATA[di Aurora Ventriglia]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/il-soffitto-di-cristallo-ha-i-riflessi</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/il-soffitto-di-cristallo-ha-i-riflessi</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Wed, 06 May 2026 16:03:13 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c7d97511-1f08-4075-89e3-4df56ef792d9_4608x3456.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia, per una donna, la scalata verso il successo somiglia stranamente ad una corsa a ostacoli, dove il traguardo si sposta in avanti e il premio finale si rimpicciolisce misteriosamente lungo il percorso. Se pensate che la parit&#224; sia solo un tema da salotto, vi baster&#224; dare un&#8217;occhiata all&#8217;interno dei laboratori scientifici. Durante la cerimonia per il premio &#8220;<em>STEM Is a Woman</em>&#8221; di quest&#8217;anno, assegnato nell&#8217;Universit&#224; del Molise ad alcune studentesse meritevoli provenienti da atenei di tutta la penisola, &#232; riemerso un fantasma che si credeva ormai sepolto: il cosiddetto <em>Effetto Matilda</em>. Si tratta di quella sistematica tendenza a sottrarre i successi delle donne per incollarli sul curriculum dei colleghi uomini. Un furto di identit&#224; professionale che trasforma le eccellenze femminili in &#8220;<em>comparse&#8221;</em> di lusso.</p><p style="text-align: justify;">Le vincitrici del premio lo hanno affermato senza giri di parole: nelle discipline scientifiche il soffitto di cristallo non &#232; solo una barriera, ma un vero e proprio biglietto di sola andata per l&#8217;estero. Le ricercatrici italiane, stanche di vedere le proprie idee innovative ignorate, o peggio, sottopagate, stanno alimentando una &#8220;<em>fuga di cervelli in rosa</em>&#8221; senza precedenti. Qui non si parla solo di ambizione: &#232; una questione di sopravvivenza economica.</p><p style="text-align: justify;">I numeri sono da codice rosso. Secondo il <em>report </em>di Farmindustria, l&#8217;Italia &#232; terza in Europa per numero di laureate in discipline STEM (40%). Eppure, questo primato &#232; un regalo che facciamo agli altri: ogni anno perdiamo circa 1,8 miliardi di euro perch&#233; il nostro talento migliore emigra dove il merito viene riconosciuto e, soprattutto, pagato. In sostanza, formiamo le menti pi&#249; brillanti a spese nostre per poi lasciarle scappare verso Paesi pi&#249; lungimiranti, pronti a monetizzare le loro intuizioni.</p><p style="text-align: justify;">Quanto esposto fino ad ora riguarda solo uno dei tanti esempi della condizione attuale. Qui non si parla soltanto di sensazioni, ma di una fredda contabilit&#224; impossibile da equivocare. Secondo le analisi pi&#249; recenti, il tasso di occupazione femminile complessivo in Italia &#232; bloccato al 57,4 per cento, un dato che ci pone in fondo alle classifiche europee e che crea una distanza non trascurabile rispetto ai colleghi uomini, i quali raggiungono valori superiori al 70 per cento.</p><p style="text-align: justify;">Questa non &#232; una semplice statistica, ma una vera e propria zavorra: se l&#8217;Italia non corre &#232; perch&#233; sta cercando di farlo con una gamba sola. La criticit&#224; si trasforma in un vero e proprio dramma sociale se ci si sposta nel Mezzogiorno, dove i valori dell&#8217;occupazione femminile spesso non raggiungono il 40 per cento. In questo caso il soffitto di cristallo non &#232; pi&#249; solo un ostacolo alla carriera, ma un vero e proprio muro di Berlino invalicabile.</p>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Il commercialista di Schrödinger: responsabile di tutto, padrone di niente. Come la Cassazione ha perfezionato un paradosso già insostenibile]]></title><description><![CDATA[di Stefano Niccolai]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/il-commercialista-di-schrodinger</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/il-commercialista-di-schrodinger</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Wed, 06 May 2026 11:03:14 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/dd18ec26-cff4-420e-93d7-03884996e6e4_6016x4000.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>C&#8217;&#232; un esperimento mentale che affascina i fisici quantistici da quasi un secolo. Un gatto chiuso in una scatola, con una fiala di veleno e un meccanismo aleatorio. Finch&#233; non apri il coperchio, il gatto &#232; vivo e morto contemporaneamente. Sovrapposto. Indefinito. Quando Erwin Schr&#246;dinger lo propose nel 1935, intendeva ridicolizzare una certa interpretazione della meccanica quantistica. Non sapeva che stava descrivendo, con settant&#8217;anni di anticipo, la posizione del commercialista italiano.</p><p style="text-align: justify;">Il commercialista, nel diritto vigente, &#232; una figura in perenne sovrapposizione quantistica: &#232; responsabile degli errori commessi nell&#8217;esercizio del mandato, ma non ha alcun potere cogente per impedire al cliente di commettere gli errori che poi dovr&#224; riparare. &#200; consulente e parafulmine. &#200; tecnico e capro espiatorio. &#200;, appunto, vivo e morto nello stesso momento, a seconda di chi apre la scatola e quando.</p><p style="text-align: justify;">La norma di riferimento &#232; il combinato disposto degli articoli 1176 e 2236 del Codice civile, che disciplina la responsabilit&#224; professionale del prestatore d&#8217;opera intellettuale. La giurisprudenza di legittimit&#224; ha pi&#249; volte precisato che il professionista &#232; tenuto a una obbligazione di mezzi, non di risultato: deve operare con la diligenza qualificata dell&#8217;articolo 1176, comma 2, c.c., quella del &#8220;<em>professionista medio</em>&#8221;. Fin qui, tutto abbastanza lineare.</p><p style="text-align: justify;">Il problema nasce quando si incrocia questa responsabilit&#224; con un dato strutturale del rapporto professionale: il cliente decide. Sempre. Il commercialista consiglia, avverte, mette per iscritto, manda mail, chiama, a volte implora. Ma la scelta finale, aderire o non aderire al condono, costituire o non costituire la holding, distribuire dividendi quando non andrebbe fatto, non versare l&#8217;acconto IVA perch&#233; &#8220;<em>questo mese non ci sono soldi</em>&#8221;, spetta al cliente. &#200; il <em>dominus</em> dell&#8217;operazione. &#200; lui che firma, lui che ordina i bonifici, lui che a volte nemmeno risponde ai messaggi fino al giorno prima della scadenza.</p><p style="text-align: justify;">E tuttavia, quando le cose vanno male, la scatola viene aperta sempre sulla testa del professionista.</p><p style="text-align: justify;">Il meccanismo &#232; pi&#249; sottile di quanto sembri. Ma adesso &#8211; come oramai noto - non &#232; pi&#249; solo una questione civilistica. La Corte di Cassazione, con le ordinanze nn. 5635 e 5638 del 12 marzo scorso, ha ridisegnato il perimetro della responsabilit&#224; sanzionatoria del commercialista, affermando che il concorso ex articolo 9 del Dlgs. 472/1997 &#232; configurabile anche quando il professionista si sia limitato alla trasmissione telematica della dichiarazione dei redditi, senza averla materialmente compilata.</p><p style="text-align: justify;">Il caso esaminato &#232; paradigmatico della vita reale di ogni studio. Il professionista aveva trasmesso la dichiarazione di un&#8217;impresa individuale riportando in deduzione dei componenti negativi di reddito indeducibili. Pur avendo indicato il &#8220;<em>codice 1&#8221;</em>, che segnala la mera trasmissione di una dichiarazione predisposta dal contribuente, la sua posizione di tenutario della contabilit&#224; imponeva, secondo la Corte, un controllo minimo di coerenza tra dati dichiarati e scritture. Tradotto: hai firmato per dire che non l&#8217;hai fatta tu, ma siccome la contabilit&#224; la tenevi tu, dovevi accorgertene lo stesso. Il gatto era morto e avresti dovuto saperlo senza aprire la scatola.</p><p style="text-align: justify;">A febbraio, peraltro, la Sezione Civile aveva gi&#224; alzato l&#8217;asticella sul versante della responsabilit&#224; verso il cliente. Con l&#8217;ordinanza n. 3215 del 13 febbraio la III Sezione Civile ha affermato infatti che il commercialista incaricato della dichiarazione dei redditi deve verificare la sussistenza dei presupposti di legge delle detrazioni richieste, controllare la presenza delle comunicazioni obbligatorie, e non limitarsi a recepire dati o prospetti forniti dal cliente. La prestazione professionale, in altri termini, non &#232; trascrizione: &#232; controllo. Sostanziale, formale, sistematico.</p>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Riforma dei capitali, l'Italia cambia pelle: addio carrozzoni del Novecento, nasce la finanza del 2026]]></title><description><![CDATA[di Pietro Al&#242; e Antonello Cassone]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/riforma-dei-capitali-litalia-cambia</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/riforma-dei-capitali-litalia-cambia</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Wed, 06 May 2026 10:02:28 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/7ebf69bc-a699-4cd0-bb5e-410c3e172f5b_3888x2592.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Il colpo &#232; di quelli grossi e molti non se ne sono accorti. Il 14 aprile 2026 in Gazzetta Ufficiale &#232; sbarcato il Decreto Legislativo 27 marzo 2026, n. 47, attuativo della cosiddetta Legge Capitali del 2024. Diciassette articoli che riscrivono da cima a fondo il Testo Unico della Finanza e pezzi interi del Codice civile. Per capirci, &#232; la riforma pi&#249; sistemica del nostro mercato dei capitali da quando esiste il TUF, cio&#232; dal 1998. E non &#232; poca cosa. Il decreto nasce con un obiettivo chiarissimo: rendere finalmente competitiva Piazza Affari, smontare la burocrazia che da decenni soffoca le imprese e allineare l&#8217;Italia alle prassi internazionali. Tradotto: fermare l&#8217;emorragia di societ&#224; che fuggono ad Amsterdam, a Parigi, a Londra. Il primo articolo ridisegna l&#8217;intero impianto delle definizioni del TUF. </p><p>Arriva la distinzione netta tra gestione interna ed esterna degli OICR, viene introdotta una nuova figura societaria, la societ&#224; di partenariato, costruita sul modello della societ&#224; in accomandita per azioni e pensata per <em>private equity</em> e <em>venture capital</em>. &#200; la risposta italiana ai veicoli anglosassoni che da vent&#8217;anni fanno incetta di capitali in giro per il mondo. Entrano nel TUF, per la prima volta, le definizioni di intelligenza artificiale e rischio informatico: la finanza del futuro non potr&#224; pi&#249; ignorare gli algoritmi. L&#8217;articolo 2 ridisegna la geografia della vigilanza tra Banca d&#8217;Italia e Consob, con competenze separate e meno sovrapposte, e introduce un canale diretto di denuncia delle irregolarit&#224; all&#8217;Autorit&#224;, scavalcando il tribunale ordinario. &#200; una piccola rivoluzione: le crisi degli intermediari finiscono dove devono finire, sui tavoli tecnici e non in aule giudiziarie ingolfate. </p><p>L&#8217;articolo 3 mette ordine nel mondo dei FIA, dei fondi che operano nel credito e nel <em>private equity</em>, introducendo soglie di trasparenza al 10, 20, 30, 50 e 75 per cento e rafforzando il ruolo del depositario come guardiano del risparmio. L&#8217;articolo 4 manda a regime una vigilanza preventiva sulle infrastrutture di mercato e impone la cooperazione tra Consob e ARERA sui derivati energetici, perch&#233; dopo la crisi del gas del 2022 nessuno vuole pi&#249; trovarsi spiazzato. Ma il pezzo grosso arriva con l&#8217;articolo 5, riforma organica delle OPA. </p><p>La soglia diventa unica al 30 per cento, la <em>best price rule</em> si accorcia da dodici a sei mesi, l&#8217;azione di concerto smette di essere una presunzione assoluta e diventa relativa, arriva dall&#8217;esperienza inglese il <em>put up or shut up</em>, lo<em> squeeze-out</em> scende dal 95 al 90 per cento. &#200; un mercato del controllo societario finalmente moderno, dove le acquisizioni non sono pi&#249; una corsa a ostacoli e gli azionisti di minoranza restano comunque protetti. </p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/riforma-dei-capitali-litalia-cambia">
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          </a>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Risorse umane: la fotografia italiana, tra tecnologia e Intelligenza Artificiale ]]></title><description><![CDATA[di Francesco Carrubba]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/risorse-umane-la-fotografia-italiana-276</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/risorse-umane-la-fotografia-italiana-276</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Tue, 05 May 2026 15:03:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/fe198c2d-c97e-489a-b308-cf6229a6bc23_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>In Italia lavorano contemporaneamente sei generazioni diverse, con la <em>Generation Alpha</em> dei giovanissimi alle porte. E allora, di fronte alle sfide della contemporaneit&#224;, le <em>Human Resources</em> si interrogano e si confrontano sul proprio mondo in momenti come lo Human Revolution Day, tenuto recentemente al Village Zucchetti a Lodi. La giornata di studio ha costituito l&#8217;occasione per presentare i dati dell&#8217;Osservatorio Zucchetti HR.</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;innovazione dalle persone per le persone</strong></h3><p style="text-align: justify;">&#8220;<em>Le tecnologie, poste al centro del fattore umano, possono essere l&#8217;alleato principale nelle grandi sfide affrontate dalle aziende</em>&#8221;, ha spiegato Luca Stella, Innovation Manager di Zucchetti HR, secondo il quale la figura del responsabile HR pu&#242; diventare un &#8220;<em>hub di intermobilit&#224;</em>&#8221;, in grado di connettere diversi segmenti aziendali e aree funzionali differenti.</p><p style="text-align: justify;">Nel conseguimento dell&#8217;obiettivo di mettere le persone al centro della strategia aziendale, il primo fattore &#232; proprio la tecnologia. Seguono il Phygital People Hub e gli approcci Data Driven: dato che &#8220;<em>il tema dei dati &#232; culturale</em>&#8221;, servono <em>software </em>adeguati per gestirli e fare previsioni.</p><p style="text-align: justify;">Zucchetti ha portato il proprio esempio, avendo introdotto l&#8217;Intelligenza Artificiale ormai da dieci anni per valorizzare l&#8217;offerta: l&#8217;ha integrata nella comunicazione e a supporto del personale, nella gestione dei documenti, nel <em>recruiting</em>, tra paghe, presenze e turni, nella mobilit&#224; aziendale e nella sicurezza, oltre all&#8217;analisi dei dati HR, del benessere finanziario dei lavoratori e persino di una Employee Journey completamente digitale. Si tratta di caratteristiche che consentono all&#8217;azienda di gestire in Italia pi&#249; di 7 milioni di lavoratori con i propri<em> software.</em></p><h3 style="text-align: justify;"><strong>Risorse Umane: a che punto siamo</strong></h3><p style="text-align: justify;">L&#8217;Osservatorio Zucchetti HR 2026 ha coinvolto 1.500 aziende intervistate, eterogenee per settore, dimensioni e geografia, affiancate dalla rilevazione di dati quantitativi su 146.000 imprese. Il <em>report</em> &#232; disponibile gratuitamente sul portale Zucchetti.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/risorse-umane-la-fotografia-italiana-276">
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          </a>
      </p>
   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Quando il calcio si ricorda del suo impatto]]></title><description><![CDATA[di Diego Zonta]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/quando-il-calcio-si-ricorda-del-suo</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/quando-il-calcio-si-ricorda-del-suo</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Tue, 05 May 2026 10:03:12 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/c1f96f59-5b5a-4af9-8ade-94c521767285_1672x941.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Il calcio italiano vive un <strong>paradosso sistemico che dura da vent&#8217;anni</strong>. </p><p style="text-align: justify;">Da una parte un&#8217;industria a cui la FIGC attribuisce un valore di 7 miliardi di ricavi diretti, pi&#249; di 5 miliardi di euro di indotto, 141 mila posti di lavoro e 3,5 miliardi annui di contribuzione fiscale che arranca sotto il peso di una crisi d&#8217;identit&#224; profonda: tre Mondiali guardati dal divano, vivai inariditi e l&#8217;ombra ciclica di scandali che vanno dalle scommesse alle opacit&#224; arbitrali. </p><p style="text-align: justify;">Dall&#8217;altra, il tentativo di utilizzare la propria enorme popolarit&#224; come moneta di ri-accreditamento sociale. </p><p style="text-align: justify;">In questo scenario, B4People, la piattaforma di sostenibilit&#224; recentemente lanciata dalla Lega Serie B &#8212; presentata il 25 marzo scorso a Roma, nella Sala del Parlamentino di Palazzo Brasini, alla presenza del ministro per lo Sport Andrea Abodi, della ministra per la Famiglia Eugenia Roccella e del capo dipartimento antidroga Paolo Molinari &#8212; non &#232; solo una collezione di buone intenzioni. &#200; un&#8217;operazione di realismo strategico. </p><p style="text-align: justify;">Mentre la Serie A insegue il mercato globale e i capitali esteri, perdendo spesso il contatto con la base, la Serie B ha compreso che la sua via di sopravvivenza &#232; il territorio. Con 20 squadre radicate in province che sono il cuore pulsante del Paese, la <em>&#8220;Lega degli italiani&#8221;</em> ha trasformato il calendario in un&#8217;infrastruttura sociale. Non si tratta pi&#249; solo di <em>&#8220;B Solidale&#8221; </em>o di interventi sporadici: B4People eredita e struttura anche l&#8217;esperienza di B.ig for People, raccogliendo in un&#8217;unica piattaforma &#8212; con personale dedicato e risorse proprie &#8212; tutto ci&#242; che la Lega porta avanti con i <em>partner</em> del Terzo Settore nei 38 <em>weekend</em> di campionato. </p><p style="text-align: justify;">La cronistoria della stagione 2025/26 dimostra una capillarit&#224; che i grandi <em>club </em>spesso non possono permettersi: dal sostegno a Komen Italia contro i tumori del seno (ottobre) al pallone rosso contro la violenza di genere (novembre), da <em>#ioleggoperch&#233;</em> per dotare le biblioteche scolastiche di nuovi libri fino al progetto Play Therapy per i bambini ricoverati al Meyer di Firenze, passando per Dynamo Camp, le Paralimpiadi Milano-Cortina 2026 e la Giornata della Terra con Earth Day Italia. Trentotto giornate, trentotto cause. Ma qui sorge l&#8217;interrogativo critico: questa rete serve a cambiare la cultura o a mitigare il senso di colpa di un sistema in crisi?</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>B4People: dalla beneficenza alla strategia ESG</strong></h3><p style="text-align: justify;">La nascita di B4People segna il passaggio fondamentale dalla <em>&#8220;beneficenza&#8221; </em>(spesso interpretata come <em>una tantum</em>) alla <em>governance.</em> Creare un&#8217;area dedicata con personale proprio significa ammettere che il calcio non pu&#242; pi&#249; permettersi di essere solo un organizzatore di partite per vendere al pubblico uno spettacolo.</p><p style="text-align: justify;">L&#8217;obiettivo dichiarato dal presidente Paolo Bedin &#8212; la funzione educativa verso milioni di <em>fan </em>&#8212; &#232; ambizioso, ma si scontra con una realt&#224; interna complessa. Il progetto si articola su tre assi: le iniziative sociali sui campi ogni<em> weekend</em>, la riproposizione dell&#8217;Integrity Tour &#8212; operativo da oltre dieci anni in sinergia con Sportradar, ora ampliato con moduli sulle dipendenze digitali per i vivai e sulla lotta al <em>match fixing</em>, fenomeno in rapida espansione grazie alle nuove tecnologie &#8212; e, in autunno, l&#8217;approdo alla sostenibilit&#224; ambientale delle infrastrutture. </p><p style="text-align: justify;">Prendiamo proprio l&#8217;Integrity Tour: &#232; encomiabile che si parli di dipendenze digitali e<em> fair play</em> ai ragazzi dei vivai, specialmente considerando che oltre la met&#224; degli adolescenti italiani ha gi&#224; avuto contatti con il gioco d&#8217;azzardo. Tuttavia, l&#8217;argomentazione perde forza se non si affronta l&#8217;elefante nella stanza: molti <em>top club</em>, in particolare di Serie A, dipendono infatti dai proventi derivanti dalle sponsorizzazioni di societ&#224; di scommesse, aggirando l&#8217;ormai semi-dimenticato Decreto Dignit&#224;. Il calcio pu&#242; quindi davvero essere un educatore credibile se non risolve le proprie incoerenze strutturali? La domanda &#232; ad oggi aperta. </p><p style="text-align: justify;">L&#8217;imminente Progetto ESG triennale allineato all&#8217;Agenda 2030 ONU &#232; probabilmente un passo decisivo di questa trasformazione evolutiva. Non &#232; un caso che siano proprio le &#8220;<em>serie minori</em>&#8221; a sperimentare: meno riflettori significano pi&#249; libert&#224; di manovra e meno pressione dai grandi<em> sponsor</em> globali. Il punto non &#232; quindi se B4People sia <em>&#8220;buono&#8221;</em>, ma se sia sufficiente. In un momento in cui il calcio italiano deve recuperare la fiducia di una generazione che preferisce lo <em>smartphone </em>allo stadio, investire su ambiente, inclusione e legalit&#224; non &#232; un atto di generosit&#224;: &#232; l&#8217;unico investimento con un ROI possibile in termini di reputazione. La prova pi&#249; concreta di questa cultura emergente arriva dal campo, non dagli uffici stampa. Il Cartellino Verde &#8212; ripristinato su idea di Abodi durante la sua presidenza della cadetteria &#8212; premia i gesti che il sistema fatica a valorizzare, ma di cui ha un bisogno disperato. Come quello del portiere dell&#8217;Empoli Andrea Fulignati, rimasto intontito per lo scoppio di un petardo ma tornato regolarmente in campo qualche secondo dopo senza drammatizzare. O come quello del portiere del Palermo Jesse Joronen, che a Pescara ha confermato un calcio d&#8217;angolo contro la propria squadra &#8212; con Insigne che &#232; andato spontaneamente a ringraziarlo. Episodi piccoli, ma rivelatori di una mentalit&#224; che B4People vuole coltivare sistematicamente.</p><p style="text-align: justify;">Che dire quindi. B4People non salver&#224; il calcio italiano dalle sue fragilit&#224; tecniche o dai suoi fallimenti mondiali, ma si ispira e rilancia un <em>trend</em> continentale visto che la UEFA Football Sustainability Strategy 2030 ha gi&#224; tracciato la rotta: una <em>roadmap e</em>uropea che integra sostenibilit&#224; sociale, ambientale e di <em>governance</em> con obiettivi misurabili e KPI verificabili. I segnali concreti non mancano &#8212; da UEFA EURO 2024, presentato come il torneo europeo pi&#249; sostenibile di sempre grazie a misure su mobilit&#224;, energia, rifiuti e compensazione climatica, alle decine di iniziative ESG introdotte nelle finali delle competizioni per<em> club,</em> fino all&#8217;adesione di UEFA a Football for the Goals, il programma ONU sugli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile di cui l&#8217;organizzazione europea &#232; stata il primo grande firmatario del mondo calcistico. Il punto &#232; che il quadro di riferimento esiste, &#232; strutturato e produce rendicontazione pubblica. B4People si inserisce in questo solco, con la consapevolezza &#8212; e il merito &#8212; di farlo partendo dal basso, dai territori, senza aspettare che la spinta arrivi dall&#8217;alto.</p><p style="text-align: justify;">Il successo di questa iniziativa non si misurer&#224; nei comunicati stampa, ma nella capacit&#224; di rinunciare a profitti facili in nome della coerenza dei messaggi che oggi, con coraggio, ha deciso di diffondere.</p>]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Dal dato alla giustificazione: cosa cambia davvero dal 7 giugno]]></title><description><![CDATA[di Gabriele Silva]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/dal-dato-alla-giustificazione-cosa</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/dal-dato-alla-giustificazione-cosa</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Mon, 04 May 2026 14:02:10 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/1055f111-6393-471d-9aa7-6940fd8bbe5e_1024x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>Dal prossimo 7 giugno entrer&#224; in gioco la Direttiva UE 2023/970. Non &#232; solo una questione di diritti, n&#233; soltanto un intervento sul <em>gender pay gap. </em>&#200;, prima di tutto, un intervento sul funzionamento del mercato del lavoro. Per anni il salario &#232; stato un prezzo opaco, conosciuto quasi esclusivamente dal datore di lavoro. Il lavoratore contrattava senza riferimenti, senza<em> benchmark</em> reali, spesso senza nemmeno sapere s&#233; stesse chiedendo troppo o troppo poco. La direttiva interviene esattamente su questo difetto: ridurre l&#8217;asimmetria informativa e rendere il salario un dato conoscibile, confrontabile, discutibile.</p><p style="text-align: justify;">Fin qui il ragionamento regge. <strong>In qualunque mercato, quando il prezzo non &#232; accessibile, il mercato non funziona bene. Il problema &#232; che la trasparenza, da sola, non basta </strong>a spiegare ci&#242; che quei numeri rappresentano. E qui si inserisce il vero cambio di paradigma: non &#232; solo un&#8217;inversione dell&#8217;onere della prova, &#232; uno spostamento del problema. Non si tratta pi&#249; soltanto di dimostrare che esiste una discriminazione. Si tratta, molto pi&#249; concretamente, di essere in grado di spiegare perch&#233; due lavoratori, apparentemente comparabili, sono pagati in modo diverso.</p><p style="text-align: justify;">Il legislatore immagina un mondo ordinato: ruoli definiti, sistemi di classificazione chiari, criteri oggettivi applicabili in modo uniforme. In questi contesti la trasparenza funziona, perch&#233; consente di verificare rapidamente se due lavori di pari valore sono trattati in modo diverso. Ma una parte rilevante del sistema produttivo italiano non &#232; costruita cos&#236;. Nelle PMI, nei piccoli studi, nelle realt&#224; meno strutturate, il lavoro &#232; molto meno standardizzabile. I ruoli si sovrappongono, le responsabilit&#224; cambiano nel tempo, e il valore delle persone non coincide mai perfettamente con ci&#242; che &#232; scritto in un contratto.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/dal-dato-alla-giustificazione-cosa">
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[Conti pubblici e crescita: perché la prudenza non basta, secondo la Corte dei Conti e Bankitalia]]></title><description><![CDATA[di Immacolata Duni]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/conti-pubblici-e-crescita-perche</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/conti-pubblici-e-crescita-perche</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Mon, 04 May 2026 12:02:56 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/67677dca-97fa-44af-9d66-35aca2f903ff_1536x1024.png" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.senato.it/attualita/archivio-notizie?nid=123000">L&#8217;audizione della Corte dei Conti e della Banca d&#8217;Italia</a> sul Documento di finanza pubblica non &#232; stata una delle tante tappe tecniche del dibattito economico. &#200; stato, piuttosto, un vero e proprio richiamo alla politica: <strong>il vero problema dell&#8217;Italia oggi non &#232; solo tenere in ordine i conti, ma tornare a crescere</strong>.</p><p>E su questo punto, i numeri sono difficili da ignorare. Le previsioni indicano una crescita destinata a rallentare progressivamente fino quasi ad azzerarsi nel giro di pochi anni. In altre parole: anche facendo<em> &#8220;tutto giusto</em>&#8221; sul fronte dei conti, il Paese rischia comunque di restare fermo.</p><p>E se non fosse stato per il PNRR, probabilmente, saremmo gi&#224; in recessione.</p><h2>Il messaggio chiave: i conti in ordine non bastano</h2><p>A chiarirlo &#232; stato Andrea Brandolini, capo del Dipartimento Economia e Statistica della Banca d&#8217;Italia, cio&#232; uno dei principali responsabili dell&#8217;analisi economica dell&#8217;istituto centrale.</p><p>Il suo ragionamento &#232; semplice ma diretto: <strong>la prudenza nella gestione del bilancio pubblico &#232; fondamentale, ma da sola non &#232; sufficiente</strong>.</p><p>Se non viene accompagnata da riforme capaci di stimolare innovazione, capitale umano e produttivit&#224;, il risultato &#232; inevitabile: una crescita troppo bassa per sostenere il sistema economico.</p>
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          <a href="https://www.blastonline.it/p/conti-pubblici-e-crescita-perche">
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          </a>
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   ]]></content:encoded></item><item><title><![CDATA[La Festa dei lavoratori (e un lavoro sempre meno giovane)]]></title><description><![CDATA[di Sara Bellanza]]></description><link>https://www.blastonline.it/p/risorse-umane-la-fotografia-italiana</link><guid isPermaLink="false">https://www.blastonline.it/p/risorse-umane-la-fotografia-italiana</guid><dc:creator><![CDATA[Blast]]></dc:creator><pubDate>Thu, 30 Apr 2026 12:03:33 GMT</pubDate><enclosure url="https://substack-post-media.s3.amazonaws.com/public/images/9c79dbee-fc3f-4e98-b55b-fb0f9c9ff165_3508x2480.jpeg" length="0" type="image/jpeg"/><content:encoded><![CDATA[<p>L&#8217;Italia pu&#242; vantare un numero crescente di occupati, ma tra i ventenni resta nelle retrovie europee. Quale occasione migliore per misurare questo scarto, se non la Festa dei lavoratori? Il 1&#176;maggio invita alla celebrazione, ma anche a una riflessione: mentre l&#8217;occupazione complessiva cresce, si restringe lo spazio per chi dovrebbe rappresentarne il ricambio. I giovani, almeno in teoria destinati a diventare i nuovi motori del sistema, restano ai margini, e gli incentivi faticano a tradursi in percorsi reali.</p><p style="text-align: justify;">La domanda che dobbiamo porci proprio in questi giorni, allora, non &#232; perch&#233; manchi iniziativa giovanile, ma perch&#233; l&#8217;ingresso nel mercato del lavoro sia cos&#236; lento e selettivo. L&#8217;accesso al lavoro &#232; tardivo; quello all&#8217;impresa, ancora di pi&#249;. Il risultato &#232; un Paese che appare stabile nelle statistiche nazionali, con i dati sull&#8217;occupazione generale in crescita, ma incerto nella propria capacit&#224; di rigenerarsi.</p><p style="text-align: justify;">In questo quadro, il dato sugli occupati under 30 assume un valore che va oltre i numeri perch&#233; non &#232; la presenza dei giovani a mancare, quanto la possibilit&#224; di trasformare l&#8217;iniziativa e la voglia di mettersi in gioco in un percorso reale.</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>L&#8217;Italia in basso alla classifica europea</strong></h3><p style="text-align: justify;">I dati Eurostat sull&#8217;occupazione giovanile ci mostrano una tela complessa. In Europa, tra i 20 e i 29 anni, lavora il 65,6 per cento dei giovani. L&#8217;Italia si ferma al 47,6 per cento , penultima in classifica, distante non solo dalla media europea ma soprattutto dai Paesi pi&#249; dinamici. La distanza non &#232; solo un dato statistico, ma indica una difficolt&#224; strutturale nell&#8217;assorbire nuove generazioni nel tessuto produttivo.</p><p style="text-align: justify;">Anche l&#8217;Istat rafforza questa lettura. Negli ultimi vent&#8217;anni gli occupati tra i 15 e i 34 anni sono passati da 7,3 a 5,2 milioni, mentre la componente over 50 &#232; pi&#249; che raddoppiata. Il mercato del lavoro si &#232; cos&#236; trasformato in uno spazio che trattiene pi&#249; a lungo e apre meno facilmente alle nuove generazioni, rendendo il ricambio lento e difficile: se l&#8217;ingresso nel mondo del lavoro si &#232; fatto pi&#249; stretto, la permanenza si &#232; allungata.</p><p style="text-align: justify;">Il risultato &#232; un funambolo che si regge in equilibrio pi&#249; sulla continuit&#224; che sul ricambio. E in tutto ci&#242;, anche la crescita recente del tasso di occupazione, salito al 62,5 per cento , non cambia il quadro: l&#8217;Italia resta sotto la media europea di 8,5 punti.</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>Tra incentivi e struttura</strong></h3><p style="text-align: justify;">Come &#232; stato riportato su Blast, il nuovo decreto per il 1&#176; maggio interviene su pi&#249; fronti: incentivi all&#8217;occupazione, bonus per giovani, donne e aree ZES, fino alla definizione del &#8220;<em>salario giusto</em>&#8221; come criterio per accedere alle misure. L&#8217;obiettivo dichiarato &#232; rafforzare la dinamica del lavoro.</p><p style="text-align: justify;">Sono strumenti che possono incidere sul breve periodo, facilitando assunzioni o attenuando costi. Tuttavia, la loro ripetizione nel tempo li ha trasformati in una politica diffusa ma frammentata, incapace di agire sulle condizioni di fondo.</p><p style="text-align: justify;">E alla fine resta sempre lo stesso nodo da sciogliere: la natura stessa degli interventi. Non bisogna certo demonizzare queste misure che sono state pensate per dare una spinta all&#8217;occupazione, anche quella giovanile. Tuttavia, un sistema che vuole favorire la nascita di giovani imprenditori (o, in generale, favorire l&#8217;occupazione dei pi&#249; giovani) deve agire alla fonte a partire, ad esempio, nel legame tra universit&#224; e impresa, e fare in modo che i giovani, una volta concluso il lungo percorso formativo non debbano pi&#249; faticare a trovare una occupazione, nel pubblico o nel privato, da dipendenti o autonomi, oppure fare le valige e volare verso opportunit&#224; estere.</p><p style="text-align: justify;">Le eccezioni esistono, ma la loro rarit&#224; dice gi&#224; tutto: un sistema non si giudica da chi riesce, ma da quanto rende possibile riuscirci. Se la diffusa occupazione giovanile emerge come evento anzich&#233; come possibilit&#224; ordinaria, il problema non &#232; l&#8217;iniziativa individuale, ma il contesto.</p><h3 style="text-align: justify;"><strong>Una crescita senza ricambio</strong></h3><p style="text-align: justify;">In generale, decreti come quelli del 1&#176; maggio possono correggere alcune distorsioni, favorire qualche assunzione, ma non modificano l&#8217;impianto di fondo. Il ricambio generazionale non si produce per intervento normativo: dipende dalle condizioni che rendono l&#8217;ingresso nel lavoro accessibile e l&#8217;autonomia sostenibile.</p><p style="text-align: justify;">Il rischio &#232; quello di un equilibrio che pu&#242; reggere nel tempo, ma che progressivamente rinuncia alla propria capacit&#224; di rinnovarsi.</p><p style="text-align: justify;">E quando l&#8217;accesso al futuro smette di essere una possibilit&#224; ordinaria e diventa una traiettoria eccezionale, la questione non riguarda pi&#249; soltanto i giovani, ma la forma che un Paese sceglie, consapevolmente o meno, di assumere nel tempo.</p>]]></content:encoded></item></channel></rss>